Archivio 2013 Gennaio

#Antimafia. La trattativa c’è stata e non esistono ragioni di Stato che giustifichino l’omertà

Gennaio 10, 2013 in Appunti

La trattativa tra Stato e mafia c’è stata, eccome. E, a pagarne le spese, sono stati soprattutto alcuni coraggiosi servitori dello Stato che hanno pagato con la vita il loro rifiuto ad adeguarsi ad essa. Come è noto, anche la Commissione parlamentare antimafia si è occupata delle stragi e della trattativa, acquisendo pure elementi non noti,  poi sviluppati dall’autorità giudiziaria. Non ci sarà, purtroppo, una relazione finale perché le Camere sono sciolte e, quindi,  non si potrà votare un documento. Il Presidente Pisanu, però, ha fatto a riguardo delle comunicazioni sul lavoro svolto. L’informazione pubblica che lui ha dato alla stampa non è stata del tutto completa, in quanto egli  ha estrapolato alcune frasi dal contesto, lasciando quindi, che venisse attribuito ad esse  un significato globalizzante. Pisanu, infatti, ha detto che la trattativa è stata negata ed ha fatto riferimento a “una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto”.

Ebbene,  questa affermazione è limitata alla vicenda delle revoche del 41 bis. Solo a questo profilo. Non ad altro. Chi vuole averne conferma, basta che legga nella sua interezza il documento depositato.

Sono ben altri i punti affermati nella suddetta relazione e sono importanti anche se,  alcuni,  sono stati posti in forma troppo interlocutoria, forse per un malcelato senso di finto pudore e per ipocrisia. Vorremmo segnalare, a tal proposito, due punti contenuti nel documento integrale.

1. Mandanti esterni. Ruolo circuito Fininvest. Si dice:

<<Mentre si chiudeva l’indagine della Procura di Firenze,  incominciava quella avviata dalla Procura di Caltanissetta,  scaturita dagli interrogatori del collaboratore Salvatore Cancemi e che vedeva coinvolti i vertici del circuito societario Fininvest.  In questo caso il Gip disponeva l’archiviazione avendo rilevato la friabilità del quadro indiziario.

Non si può quindi ipotizzare l’esistenza di “mandanti esterni”,  mentre è verosimile,  come sostiene la Procura,  quella di “inputs esterni”.  E dunque non si possono neppure escludere temporanee “convergenze d’interessi” tra settori deviati delle Istituzioni,  mafia ed altri soggetti per commettere delitti,  per l’appunto,  di comune interesse>>.

2. Lo scopo della seconda trattativa,  iniziata dopo l’arresto di Riina,  con protagonista Provenzano (e secondo l’ipotesi accusatoria,  Dell’Utri che era subentrato a Ciacimino,  anch’esso arrestato). Si dice:

<<Se   ”cosa nostra” accettò una specie di trattativa  a scalare,  scendendo dal papello al più tenue contropapello e da questo al solo ridimensionamento del 41 bis,  mantenendo però alta la minaccia terrificante delle stragi,  c’è da chiedersi se il reale obiettivo non fosse ben altro:  e cioè il ripristino di quel regime di convivenza tra mafia e Stato che si era interrotto negli anni ottanta (…)>>.

Insomma,  l’improvvisa fine dello stragismo  (gennaio 1994)  coincise con la pax mafiosa,  ossia con la convivenza Stato-mafia. Questa valutazione va oltre la trattativa perché riguarda gli effetti da questa provocati.  Altro che trattativa negata. Si tratta, bensì, di un’ipotesi di trattativa conclusa con effetti ben più ampi di quelli minimi ipotizzati, ossia il regime carcerario del 41 bis.

La trattativa, così inquadrata, sviluppa l’indicazione che è materia articolata e ricca del processo in corso. Alla trattativa originaria  (con protagonisti Ciancimino,  Riina,  Mori),  subentra plausibilmente (dopo l’arresto di Ciancimino e Riina),  quella con altri protagonisti  (Provenzano, Dell’Utri, Mori),  con oggetto  la pax mafiosa e il ripristino della convivenza Stato-mafia.

Ciò che non convince e che non possiamo accettare della relazione Pisanu  sono le seguenti ultime conclusive affermazioni:

<<Certo,  l’obiettivo era ambizioso,  ma il momento,  come ho già detto,  era propizio per la mafia e per tutti i nemici dello stato democratico.  Per quanto risulta dalla nostra inchiesta,  le trattative cessarono sul finire del 1993 e le stragi nel gennaio del 1994 col fallimento dell’attentato allo Stadio Olimpico e con l’arresto,  quattro giorni dopo,  dei fratelli Graviano,  capi militari dell’ala stragista.  A quel punto “cosa nostra” aveva perso la partita su entrambi i fronti>>.

No.  Non convince la “partita persa” di Cosa Nostra.  Avvenne l’arresto degli stragisti  (prima Riina, poi i Graviano, poi Bagarella e, quindi, Brusca) e cominciò la lunga latitanza di Provenzano,  con in cambio la pax mafiosa (con gli oscuri presagi: sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino,  la mancata perquisizione del covo di Riina,  il falso processo sulle responsabilità di via D’Amelio).

Partita vinta dalla mafia, purtroppo, e non persa: la convivenza Stato-mafia ripristinata,  favorita e garantita dal nuovo soggetto politico emergente nel 1994.

Ecco,  nella relazione è mancata la coerenza logica della consequenzialità.  Se l’ambizioso progetto, era , infatti, quello di ripristinare la convivenza Stato-mafia,  assicurando in cambio la pax mafiosa,  la realtà, odierna ed evidente,  è la fine improvvisa dello stragismo.

Poi c’è la parte dello scambio meno evidente,  anzi ovviamente sotterranea:  la convivenza,  i segreti,  l’omertà di Stato,  le telefonate intercettate da distruggere ad ogni costo,  la protezione richiesta dal ministro dell’Interno dell’epoca Nicola Mancino (che disse,  in una delle telefonate note, di non voler rimanere con il cerino in mano).

Ecco.  Noi vogliamo sapere tutto. L’antimafia si è fermata, ad un certo punto,  anche per lo scioglimento delle Camere, ma non solo.  Ora il lavoro deve proseguire da parte della politica e,  ovviamente,  da parte della magistratura.

Noi vogliamo leggere gli ultimi capitoli della storia.

Noi vogliamo sapere tutta la verità e i nomi e ruoli di tutti i responsabili della tragedia dei nostri tempi.  Lo vogliamo per quelli che sono morti per noi e per le ignare vittime.

Lo vogliamo senza riguardi per nessuno.  Non esistono ragioni di Stato che giustifichino l’omertà.

Antonio Di Pietro,  Luigi Li Gotti

Rivoluzione Civile. Perchè. Ci chiamano populisti, perché difendiamo i diritti.

Gennaio 5, 2013 in Appunti

 

Credo fortemente nella necessità di una rivoluzione civile che ponga il cittadino nella piena titolarità della sovranità dei diritti e nel rispetto dei doveri.

Sembra, così come detta, una espressione vuota, demagogica, populista.

Vi dico,  allora,  cosa per me significa crederci e volerla.

La Rivoluzione Civile è:

1. Rispetto dei diritti del cittadino e, in specie, dei lavoratori, con applicazione dei principi costituzionali  (artt. 39 e 46),  non ancora realizzati. Ossia il riconoscimento della rappresentanza sindacale e  la personalità giuridica dei sindacati,  nonchè la compartecipazione agli utili e alla gestione delle imprese  (principi applicati in Germania e, parzialmente, nel Belgio).

2. Difesa del lavoro, contro leggi inique,  come il licenziamento ingiusto e ingiustificato.  Considero un arretramento,  la modifica dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori,  che impone al giudice di dichiarare risolto il rapporto di lavoro,  nella stessa sentenza che riconosca non giustificato il licenziamento.  Un paradosso giuridico inserito nel nostro ordinamento.

3.  Difesa dell’iniziativa economica, con applicazione e rispetto dell’art.41 della Costituzione.

4.  Parlamento e altri organi elettivi puliti,  in applicazione e rispetto dell’art.54 della Costituzione  (“I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”).

5.  La ferma volontà di combattere l’omertà di stato,  senza riguardi e privilegi per nessuno, per l’accertamento della verità  sui ruoli  e condizioni della trattativa stato-mafia.  Noi cittadini non abbiamo delegato nessuno a trattare segretamente con i criminali.  La lotta al crimine,  necessita di determinazione e trasparenza.  La criminalità impoverisce lo Stato,  condiziona la concorrenza,  è una zavorra economica  che erode il Pil. Studi di ricerca stimano in 180 mila, i posti di lavoro, nel mezzogiorno,  che ogni anno costituiscono il dazio al crimine.

6.  Volontà di realizzare la riforma della giustizia.  Ormai siamo pieni di progetti,  elaborati da apposite commissioni di studio.  Manca la volontà politica.

7.  Riconoscere e apprezzare l’onestà,  la correttezza,  la lealtà, il rispetto della legge,  contro le cricche e i poteri sporchi e ingordi.

8. Dare allo Stato gli strumenti idonei per contrastare i poteri finanziari che limitano e avviliscono la sovranità nonchè contrasto alla criminalità finanziaria. 

9.  Lottare gli sperperi,  ben conosciuti ma protetti,  perchè strumenti di accaparramento predatorio.

Gli uomini di buona volontà possono fare la rivoluzione civile.  Non ci servono santoni,  ipocriti,  falsi modesti.  Servono i cittadini.   

L’intervista resa al Fatto Quotidiano, oggi.

Gennaio 2, 2013 in Appunti

http://www.italiadeivalori.it/interna/19762-elezioni-su-antimafia-grasso-chieda-
conto-al-pd