23 ottobre: ricordare i martiri di Budapest e l’imbarazzante lenta autocritica

21 ottobre 2012 in Appunti

 

La Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come insurrezione ungherese o semplicemente rivolta ungherese, fu una sollevazione armata di spirito anti-sovietico scaturita nell’allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Venne alla fine duramente repressa dall’intervento armato delle truppe sovietiche. Morirono migliaia di ungheresi e 720 soldati sovietici. I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione dell’Ungheria) furono gli ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente. Moltissimi rivoluzionari vennero impiccati o fucilati, dopo molti anni.

Il PCI ed i “fatti d’Ungheria”

La linea ufficiale del PCI fu dettata dal suo segretario generale Palmiro Togliatti, secondo cui non bisognava perdere di vista la globalità del processo storico di affermazione del comunismo.
A partire dalla sollecitazione lanciata nell’ottobre 1986 dallo storico magiaro-francese François Fejto, sono stati trovati i documenti inediti che comprovano al di là di ogni ragionevole dubbio l’accusa che Togliatti abbia sollecitato l’intervento armato sovietico contro la rivoluzione ungherese. Inoltre nel 1957, alla Prima Conferenza mondiale dei partiti comunisti tenuta a Mosca, egli votò, insieme agli altri leader comunisti, a favore della condanna a morte dell’ex presidente del Consiglio ungherese Imre Nagy e del generale Pál Maléter, ministro della Difesa, arrestati l’anno prima dalle truppe sovietiche d’occupazione, rispettivamente il 3 novembre, nel quartier generale sovietico di Tokol e il 22 novembre, appena uscito dall’ambasciata jugoslava con il salvacondotto del governo Kádár, con l’accusa di aver aperto «la strada alla controrivoluzione fascista».
Palmiro Togliatti sostenne anche: «È mia opinione che una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, nel nome della solidarietà che deve unire nella difesa della civiltà tutti i popoli».
A fine novembre 1957 Togliatti votò con tutti gli altri leader comunisti a Mosca, presente János Kádár, per la condanna a morte di Imre Nagy (tranne Gomulka, che si oppose), ma lo pregò di rinviare l’esecuzione di Nagy a dopo le imminenti elezioni politiche italiane. L’invito fu accolto e Imre Nagy venne impiccato il 16 giugno 1958.
A Pietro Ingrao, che era andato a trovarlo subito dopo l’invasione per confidargli il suo turbamento, riferendogli di non avere dormito la notte, Togliatti risponderà: «Io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più».
L’Unità definì gli operai insorti “teppisti” e “spregevoli provocatori”, nonché “fascisti” e “nostalgici del regime Horthyiano”, giustificando l’intervento delle truppe sovietiche, sostenendo che si trattasse di un elemento di “stabilizzazione internazionale” e di un “contributo alla pace nel mondo”. Luigi Longo sostenne la tesi della rivolta imperialista: «L’esercito sovietico è intervenuto in Ungheria allo scopo di ristabilire l’ordine turbato dal movimento rivoluzionario che aveva lo scopo di distruggere e annullare le conquiste dei lavoratori».
La base comunista rimase in ogni caso fortemente scossa.

Anche la CGIL prese posizione a favore degli insorti: «La Segreteria della CGIL esprime il suo profondo cordoglio per i conflitti che hanno insanguinato l’Ungheria…, ravvisa in questi luttuosi avvenimenti la condanna storica e definitiva dei metodi antidemocratici e di Governo e di direzione politica ed economica… deplora che sia stato richiesto e si sia verificato in Ungheria l’intervento di truppe straniere…» (L’Unità del 28 ottobre 1956).
Alcuni intellettuali deplorarono l’intervento sovietico nel “Manifesto dei 101”, firmato tra gli altri da un gruppo di storici (Renzo De Felice, Luciano Cafagna, Salvatore Francesco Romano, Piero Melograni, Roberto Zapperi, Sergio Bertelli, Francesco Sirugo, Giorgio Candeloro), da alcuni universitari comunisti romani (Alberto Caracciolo, Alberto Asor Rosa, Mario Tronti, Enzo Siciliano), dal filosofo Lucio Colletti, da alcuni critici (Dario Puccini, Mario Socrate, Luciano Lucignani), da artisti e studiosi d’arte (Lorenzo Vespignani e Corrado Maltese), da uomini di cinema (Elio Petri), da giuristi (Vezio Crisafulli), da architetti (Piero Moroni) e da scienziati (Franco Graziosi e Luciano Angelucci).
Molti intellettuali iscritti o simpatizzanti del PCI si dimisero poi dal Partito – tra di essi Antonio Giolitti, Reale, Vezio Crisafulli, Onofri, Natalino Sapegno, Purificato, Gaetano Trombatore, Carlo Aymonino, Carlo Muscetta, Loris Fortuna, Antonio Ghirelli, Italo Calvino, Elio Vittorini, Rachele Farina – ovvero presero le distanze in maniera netta dal Partito dopo l’appoggio dato all’invasione sovietica, in ciò unendosi alla critica nei confronti dell’invasione formulata pubblicamente da chi aveva già abbandonato da tempo il partito (Ignazio Silone). Tale presa di posizione fu favorita da Giuseppe Di Vittorio e dalla corrente autonomista del Partito Socialista Italiano (in particolare Pietro Nenni), che condannò senza riserve la repressione. L’approvarono invece alcuni esponenti della sinistra socialista, che da allora vennero definiti carristi.
Giorgio Napolitano (nel 1956 responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI), condannò come controrivoluzionari gli insorti ungheresi e polemizzò con Giolitti:
« Il compagno Giolitti ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma io ho quello di aspramente combattere le sue posizioni. L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo>>.

A 50 anni di distanza da quei fatti, Napolitano, nella sua autobiografia politica: “Dal PCI al socialismo europeo”, parla del suo “grave tormento autocritico” riguardo a quella posizione, nata dalla concezione del ruolo del Partito comunista come “inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall’URSS”, contrapposto al fronte “imperialista”.
Il 26 settembre 2006, il Presidente della Repubblica Napolitano, in visita ufficiale in Ungheria, ha reso omaggio al monumento ai caduti della rivoluzione e alla tomba di Imre Nagy, confermando definitivamente di aver superato le posizioni, assunte all’epoca, rafforzative di quelle di Togliatti.

Sintesi e dati estratti da wikipedia e altre fonti.