Archivio 2012 luglio

Io, sfascista irresponsabile, che non penso al bene del paese

luglio 24, 2012 in Appunti

 

 

<<Taci!  Il nemico ti  ascolta>>.

Era uno dei messaggi diffusi agli italiani,  con una riuscita campagna pubblicizzata con manifesti,  durante il secondo conflitto mondiale.

Il ciarliero,  era considerato un traditore della patria perchè complice del nemico.

Appartiene a questa categoria patriottica,  il turbamento del PD e della stampa sodale,  che ascrivono  al tradimento,  le critiche al Presidente Napolitano sulla vicenda Mancino.

Il fuoco di sbarramento contro i “traditori”,  che minerebbero la salute pubblica con qualche domanda e qualche affermazione di troppo,  passa attraverso una perentoria affermazione:  il Capo dello Stato si è mosso,  nella vicenda Mancino,  esercitando le prerogative costituzionali, a difesa della stessa Costituzione.

Sicchè,  noi traditori della patria,  in combutta con il nemico,  saremmo contro la nostra Costituzione.

Con questo menare il cane per l’aia,  con siffatta pesante accusa,  si evita accuratamente di parlare di cosa si discute.

Essendo uno sfascista e traditore lo rammento,  prima di andare sul patibolo:

per  tentare di ricostruire un segmento della cosidetta trattativa stato-mafia,  nel cui ambito sarebbe stata attuata la strage di via D’Amelio,  i pubblici ministeri di Palermo,  ritenevano la necessità di un confronto tra Nicola Mancino e Claudio Martelli,  che avevano riferito due cose opposte.

Mancino non gradiva il richiesto confronto in aula e chiedeva aiuto al Quirinale,  perchè trovasse il modo di intervenire,  con la sua autorevolezza.

Il Quirinale,  invece di declinare le pressanti richieste di Mancino che chiedeva un qualcosa di improprio,  si metteva a disposizione con modalità ritenute congrue.

Questa storia,  era tutta intercettata perchè il telefono di Mancino era sotto controllo.

Tutto o quasi tutto,  è pubblico.

Sarebbero traditori quelli che dicono che queste cose non si fanno,  perchè quando si cerca la verità  su una pagina tremenda della nostra storia recente,  non esistono ragioni al mondo che possano autorizzare un ex ministro a sottrarsi ad un confronto e,  ancor meno,  esistono ragioni al mondo che possano giustificare il Quirinale nel dare ascolto a questa pretesa.

I traditori che si permettono di dire queste cose,  sarebbero indegni di chiamarsi italiani, indegni del consesso civile,  indegni  di far politica,  sono gente da marchiare a fuoco,  sono inaffidabili e turbano le coscienze degli italiani veri con sano sentimento patriottico.

Ai patrioti che vogliono la scomunica di noi traditori,  dico che la loro visione delle regole e dei principi è,  non opposta alla nostra, bensì  capovolta  rispetto ad una valutazione che sia solo un pò meno al di sotto della linea dell’ipocrisia.

Facessero le scomuniche che vogliono ma senza dare lezioni di etica,  di diritto,  di trasparenza, di rispetto.  E’ questione di decenza.

P.S.  Alcuni del mio partito,  richiamano l’opportunità doverosa del rispetto delle istituzioni. Condivido.  Proprio perché abbiamo il massimo rispetto delle istituzioni,  diciamo queste cose.  Non dirle,  non è rispetto ma supina acquiescenza agli errori.  Il ricordo dei corpi straziati dalla viltà degli assassini mafiosi,  ci rende determinati e per nulla inclini al compromesso.  Siamo nati,  come partito,  per questi valori che ci accomunano.  Sui valori e principi fondanti, non c’è calcolo politico che tenga.

      
 
 

 

 

 

Il mio parere, che depositerò in Commissione, sulla soppressione dei Tribunali. Limitato ad uno dei criteri.

luglio 22, 2012 in Appunti

 

Qui si affronta il tema della corrispondenza dello schema del decreto legislativo al criterio derogatorio dei criteri cosiddetti oggettivi, con riferimento alla “specificità territoriale del bacino di utenza (…) e del tasso d’impatto della criminalità organizzata” (art.1 comma 2 lett.b) della legge 148 del 2011).

 

 Nella relazione è scritto:

 <<Secondo quanto emerge dalle analisi del gruppo di studio ministeriale, i principali dati da elaborare per giungere al valore-modello da utilizzare come guida dell’intero lavoro sono stati scelti tra quelli con caratteristiche di pubblicità ed incontrovertibilità, evitando già in prima battuta l’impiego, invece, di quelli suscettibili di ulteriore correzione mediante elementi valutativi (quali la “situazione infrastrutturale” o il “tasso d’impatto della criminalità organizzata”, per una eventualmente più ampia applicazione dei quali appare opportuno attendere e poter valutare i contenuti dei pareri delle commissioni parlamentari e del CSM). Essenzialmente, dunque, sono stati utilizzati, per un verso, i criteri del “numero degli abitanti” e delle “sopravvenienze” (cd. Indice di litigiosità), nonché, per altro verso, dei “carichi di lavoro” rispetto all’organico disponibile (cd. Indice di produttività).>> (pag.2 della Relazione illustrativa).

 E a pag.4:

<<Perciò, attenendosi alla tecnica del minimo mezzo per realizzare l’obiettivo dell’efficiente allocazione delle risorse giudiziarie senza diminuirne oltre misura la naturale frammentazione territoriale, il gruppo di studio ha inteso escludere la necessità di permanenza degli uffici che contano meno di 20 unità di organico, ma non anche di quelli con organico compreso tra 20 e 28 magistrati. Orbene, tale criterio, pur apparendo il più residuale (in quanto derivato dall’analisi dei criteri principali previsti dalla legge delega) tra quelli adottati dal gruppo di studio, può essere condiviso, laddove ad esso possano abbinarsi criteri valutativi succedanei, come quelli della “situazione infrastrutturale”, o del “tasso di impatto della criminalità organizzata”.>>

 Così, infatti, la legge delega per la nuova geografia giudiziaria.

Recita, alla lett.b dell’art.2:

 << Ridefinire, anche mediante attribuzione di porzioni di territori a circondari limitrofi, l’assetto territoriale degli uffici giudiziari secondo criteri oggettivi e omogenei che tengano conto dell’estensione del territorio, del numero degli abitanti, dei carichi di lavoro e dell’indice delle sopravvienenze, DELLA SPECIFICITÀ TERRITORIALE DEL BACINO DI UTENZA, anche con riguardo alla situazione infrastrutturale, E DEL TASSO D’IMPATTO DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, nonché della necessità di razionalizzare il servizio giustizia nelle grandi aree metropolitane>>.

 È evidente che accanto ai criteri cosiddetti numerici e quantitativi, si colloca il criterio derogatorio riguardante il TASSO D’IMPATTO DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA.

Siffatto criterio, non è, chiaramente, in correlazione funzionale con il Tribunale e l’Ufficio di Procura della Repubblica, dal momento che le attività di indagine per fatti di criminalità organizzata sono attribuite alla DDA.
Il richiamo del legislatore al criterio del tenere conto della specificità territoriale anche con riguardo al TASSO D’IMPATTO DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, ha voluto cogliere l’importanza della presenza sul territorio, contaminato dalla criminalità organizzata, dello Stato con il luogo ove si amministra la giustizia in senso lato.

 Nello specifico, le indicazioni del gruppo di studio, ben esattamente richiamate nella Relazione Illustrativa, non appaiono coerentemente esposte, apparendo quasi un tentativo di mediare tra i diversi criteri della legge delega, con affrettata introduzione dei criteri valutativi che, in Relazione Illustrativa erano espressamente accantonati.

 

 DALLE SCHEDE ANALITICHE  (quelle che contengono il riferimento al tasso criminalità).

 DISTRETTO di CATANZARO  (dalla relazione, pag.125):

 <<I dati esposti nella relazione della Direzione Distrettuale Antimafia confermano che in tutta l’area della Corte di Appello di Catanzaro, si registra una notevole attività della criminalità organizzata, che peraltro appare sufficientemente presidiata e presidiante dai tribunali accorpanti anche tenuto conto che le Direzioni Distrettuali Antimafia mantengono la titolarità delle indagini relative ai reati cosiddetti distrettuali>>.

 La suddetta motivazione è in radicale contraddizione con le premesse richiamati le conclusioni del gruppo di studio sopra evidenziate (da pag.2, come letteralmente su riportato).

All’evidenza il Ministero, contraddicendosi, ha, comunque, voluto dare una propria lettura del criterio, leggendolo nell’ottica della risposta giudiziaria delle DDA alla criminalità organizzata.
Ma ciò era ben noto al legislatore ed, infatti, il criterio della legge delega è nell’ottica di apprezzamento dell’impatto sul territorio della criminalità organizzata e non nell’ottica della risposta giudiziaria alla mafia.

Avendo il Ministero riferito, nello schema, dell’insistenza “di una notevole attività della criminalità organizzata”, tale dato è quello da utilizzare quale criterio derogatorio dei numeri e delle quantità, essendosi privilegiata, da parte del legislatore, l’importanza del mantenimento del simbolo dello Stato, ossia del Tribunale  (o di una sezione distaccata, come ad esempio Corleone), del Palazzo di Giustizia, da potenziare e non da sopprimere.

Detto criterio derogatorio ( “…sono stati scelti tra  quelli con caratteristiche di pubblicità ed incontrovertibilità, evitando già in prima battuta l’impiego, invece, di quelli suscettibili di ulteriore correzioni mediante elementi valutativi –quali la situazione infrastrutturale o il tasso d’impatto della criminalità organizzata, per una eventualmente più ampia applicazione dei quali appare opportuno attendere e poter valutare i contenuti dei pareri delle commissioni parlamentari e del CSM-“), non appare rispettato dal momento che, pur attestandosi la constatazione di forte impatto sul territorio, del crimine organizzato, si assume che l’area  “appare sufficientemente presidiata e presidiabile dai tribunali accorpanti anche tenuto conto che le DDA mantengono la titolarità delle indagini relative ai reati cosiddetti distrettuali”.

Il criterio derogatorio contenuto nella legge delega (in relazione, alla pag.4, si definiscono. “criteri valutativi succedanei”), è stato, invero, derogato con il ricorso a valutazione del tutto eccentrica ed estranea ai criteri della legge delega.

Ne consegue che per un puntuale rispetto della legge delega, i tribunali sub provinciali, ricadenti nell’area fortemente contaminata dalla presenza della criminalità organizzata, debbano essere tutti mantenuti, dovendosi diversamente spiegare e giustificare, l’abbandono del criterio derogatorio, espressamente riferentesi proprio a quelle aree territoriali.

Palese sarebbe l’eccesso di delega, rispetto a ciò che il legislatore vuole.

Qualora il Ministero, volesse sostenere la necessità di modificare il contenuto della legge delega, per introdurre la facoltà di seguire criteri meno valutativi, la strada è quella della eventuale correzione della legge delega, con apposito intervento normativo. Certamente non è possibile applicare una deroga ai criteri della delega, non essendo consentita una interpretazione compressoria di ciò che è legge.

Si rammenta che, nella seduta del Senato del 4 luglio scorso, il Governo ha accolto come impegno, l’ordine del giorno dell’aula che espressamente lo vincolava: “a produrre una puntuale e motivata attuazione della legge 148/2011 nel rispetto della lettera e dello spirito dei criteri da intendersi tutti vincolanti e complementari”.

 Si osserva ancora che il deterioramento dell’indice di legalità in Calabria, è andato lievitando nel tempo, essendosi massimamente rafforzata l’organizzazione mafiosa denominata ‘ndrangheta.

Purtroppo, a partire dai primi anni ’80, la guerra di mafia in Sicilia, con centinaia di assassinati e, poi, l’attacco agli uomini dello Stato, ai giornalisti, agli imprenditori, sino alla fase stragista, ha determinato il massimo potenziamento delle strutture statuali e la massima attenzione a quei fenomeni di violentissima criminalità.

Ciò ha comportato una minore attenzione per ciò che avveniva in Calabria e la progressiva espansione dell’organizzazione criminale calabrese, violentemente salita alla ribalta con la strage di Duinsburg.

Lo Stato, il Governo, il Parlamento, hanno perfettamente compreso il pericolo del nuovo mostro, l’impatto con l’economia regionale, il costo sociale ed economico che ciò comportava.

Di grande significato, sono stati quattro accadimenti:

a) all’inizio di questa legislatura,la CommissioneGiustiziadel Senato, compiva, quale suo primo atto, una visita in Calabria, scegliendo dei luoghi simbolo (San Luca , Platì, Arghillà);

b) il Parlamento, con la legge 31 marzo 2010 n.50, introduceva, all’ultimo comma dell’art.416 bis del codice penale, la parola ‘ndrangheta. All’evidenza, la introduzione non si rendeva necessaria ai fini della ricorribilità dell’art.416 bis cp, assumendo invece, e ciò era quanto volle il legislatore, il significato simbolico di particolare e deciso impegno di contrasto dello Stato al crimine, il recupero in bonis del territorio calabrese, occupato da uomini e logiche criminali;

d) costituendo l’Agenzia dei beni confiscati alle mafie, si volle che la sede centrale fosse collocata in Calabria. Anche questo, non avrebbe avuto una effettiva incidenza sul funzionamento dell’Agenzia, che si occupava dei beni mafiosi, ovunque esistenti, ma ha assunto, per volontà del Governo e del Parlamento, il significato simbolico di presenza dello Stato e di consapevolezza e determinazione di restituirela Calabriaai cittadini onesti, alla imprenditoria azzannata dall’ingordigia criminale.

Insomma il Governo ed il Parlamento, hanno voluto concretamente significare ai calabresi che lo Stato avrebbe recuperato il territorio e la sovranità.

La Calabria ha bisogno di più Stato, in tutte le sue tangibili e simboliche manifestazioni.

La chiusura di Palazzi di Giustizia, la soppressione e non il potenziamento dell’efficienza, costituirebbe il primo macroscopico arretramento fisico dello Stato sul territorio, esattamente il contrario di ciò che Stato, Governo e Parlamento, hanno voluto, hanno fatto e vogliono.

  

 DISTRETTO di CATANIA (dalla relazione, pag.136):

 <<Ad analoga conclusione deve pervenirsi per il Tribunale di Caltagirone che, pur connotato da un territorio non immune da fenomeni di criminalità organizzata di una certa rilevanza (quali emergono dalla relazione della competente DDA), è caratterizzato da un bacino di utenza nettamente sotto soglia allo standard prescelto per il mantenimento di tale tipologia di tribunali.

Al riguardo va ribadito l’attività della criminalità organizzata in parola appare sufficientemente presidiata e presidiabile dal tribunale accorpante, anche tenuto conto che le DDA mantengono la titolarità delle indagini relative ai reati cosiddetti distrettuali>>.

Alla ritualità della formula, reiterata anche nelle virgole, a quella sopra riportata, afferente il Distretto di Catanzaro, ovviamente si ripercorre la medesima valutazione critica per relationem.

 

 DISTRETTO di CALTANISSETTA  (dalla relazione, pag.146):

 <<va ricordato che, in conseguenza delle terribili stragi di mafia che si sono ininterrottamente susseguite in danno di magistrati operanti nel limitrofo distretto di Palermo, il piccolo tribunale di Caltanissetta e la locale DDA, hanno dovuto affrontare e tutt’ora affrontano processi di massimo rilievo nazionale in materia di criminalità organizzata (…) Bisogna infatti dare atto che il dato statistico non tiene conto della qualità e delle difficoltà delle singole indagini e dei conseguenti dibattimenti (…),

Tanto premesso occorre pure ricordare che il territorio del circondario di Gela è caratterizzato da livelli di impatto delle organizzazioni criminali ivi esistenti (in particolare la cd “stidda” e le locali famiglie di “cosa Nostra”) che ha pochi eguali in termini di eventi ciminali con altre zone anche della stessa Sicilia.

Tanto premesso, per doverosa informazione, non può rilevarsi che tra i due tribunali sub provinciali astrattamente sopprimibili in alternativa tra loro (Gela o Nicosia, avuto riguardo alla già richiamata “regola del tre”) occorre necessariamente procedere alla soppressione del tribunale di Nicosia>>-

 La motivazione, nel caso esaminato, è di diverso stile argomentativo che evidenzia l’esito di un lavoro a più mani, senza il necessario argomentare coerente.

In particolare, si evidenzia, una drastica rottura con i criteri della legge delega, con particolare riferimento al criterio derogatorio cosiddetto valutativo:  si assume, infatti, che il criterio derogatorio valutativo, debba cedere il passo al criterio numerico quantitativo, conducendo tale criterio alla soppressione, in alternativa, di uno dei due tribunali, cosicchè: “occorre necessariamente procedere alla soppressione del tribunale di Nicosia”.

La legge delega, appare del tutto pretermessa, essendosi individuati criteri vincolanti e una sorta di gerarchia dei criteri, al punto che il criterio derogatorio valutativo, contenuto in delega, debba cedere il passo al criterio oggettivo.

E’ invece esattamente il contrario, per logica, per spirito, per interpretazione letterale del dictum della legge.

 

 DISTRETTO di PALERMO (dalla relazione, pagg.152-3):

 <<la puntuale relazione della DDA di Palermo segnala lo straordinario rilievo dei dibattimenti e delle indagini riguardanti l’intero territorio del distretto della Sicilia occidentale, che da sempre si distingue, anche all’interno dei distretti siciliani, per lo straordinario impatto della criminalità organizzata di stampo mafioso (…) Occorre, dunque, in tale contesto esaminare con particolare cautela i fenomeni criminali esistenti sul territorio e non affidare le conclusioni dell’analisi ai soli dati statistici nella considerazione –ribaditi anche per altri territori ad alta densità mafiosa ma qui più di altrove massimamente rilevante- che i dati non testimoniano della qualità e della difficoltà operativa di ciascun procedimento di criminalità organizzata (…). Analoga la situazione del tribunale sub-provinciale di Sciacca, ricompreso nella provincia di Agrigento, con riferimento al tasso di impatto della criminalità organizzata operante su quel territorio nei termini puntualmente descritti nella relazione acquisita dalla competente DDA.

E tuttavia, la circostanza che detto tribunale sub-provinciale è caratterizzato da un bacino di utenza nettamente ad di dotto della soglia rispetto allo standard prescelto per il mantenimento di tale tipologia di tribunali, non ne consente la permanenza.

Al riguardo va ribadito che l’attività della criminalità organizzata in parola appare sufficientemente presidiata e presidiabile dal tribunale accorpante, anche tenuto conto che le DDA mantengono la titolarità delle indagini relative ai reati cosiddetti distrettuali>>.

 Ebbene, siffatta motivazione esprime un condensato di incoerenza, dapprima parendo cogliere la lettera e lo spirito del criterio derogatorio, facendosi espresso riferimento alla necessità che “occorre esaminare con particolare cautela i fenomeni criminali esistenti sul territorio e non affidare le conclusioni dell’analisi ai soli dati statistici”, per poi, bruscamente, abbandonare la premessa, ritornando alla formula stereotipata nonché alla obbligatorietà del criterio oggettivo che non consentirebbe deroghe (“non ne consente la permanenza”).

Ancora una volta si ribadisce che il legislatore ha inteso inserire il criterio valutativo derogatorio di quello oggettivo e non il contrario. Evidente, inceve, una applicazione capovolta del dictum della legge.

 C’è ancora da osservare che l’esame della politica criminale, ha evidenziato un grave errore nelle iniziative di contrasto, essendosi rilevato come la particolare attenzione dedicata al fenomeno criminale ascrivibile a Cosa Nostra, considerata la particolare efferatezza dei crimini, avesse comportato una certa distrazione per  altri fenomeni criminali, segnatamente della ‘ndrangheta, che ha approfittato di tale condizione, per rafforzarsi sino a rappresentare, oggi, la più pericolosa organizzazione criminale in Italia e, addirittura, nel mondo.

Nella relazione, non viene per nulla colta la pur conosciuta analisi, addirittura assumendosi la straordinarietà del tasso d’impatto della criminalità organizzata denominata Cosa Nostra, rispetto al fenomeno criminale denominato ‘ndrangheta.

Il Parlamento, attraverso le ultime relazioni della Commissione bicamerale antimafia, è invece consapevolmente a conoscenza di questa sciaugurata realtà, sicchè è in grado di cogliere il limite di analisi, contenuto in relazione, foriero di errate scelte.

Non si deve commettere il medesimo errore di sottovalutazione dei fenomeni criminali e il Parlamento, non può accettare siffatta reiterazione, addirittura assecondando scelte operative frutto della medesima sottovalutazione sopra esposta.

C’è assoluta contrarietà alla soppressione dei tribunali di Castrovillari, Paola, Rossano, Lamezia Terme, Caltagirone, Nicosia e Sciacca.

 

SEDI DISTACCATE

 Sulla soppressione delle sedi distaccate, lo schema di decreto, non appare avere esercitato la delega coincidente, quanto a criteri, a quella dei tribunali sub-privinciali, optando per il taglio generalizzato delle sezioni distaccate, quale scelta extradelega. Necessita un recupero della legge delega, così da consentire una verifica di coerente rispetto del dictum della legge. E’ una violazione non consentibile, della volontà del legislatore, quasi che lo strumento della legge delega fosse lo strumento normativo per operare, poi, in assoluta libertà di scelta. Assolutamente no.  Anche per le sezioni distaccate opera, per espresso richiamo contenuto alla lett.d) del comma 2 dell’art.1 della legge 148/2011, le lettere b) ed e) del suddetto comma 2 dell’art.1.  Nello schema, ciò non è stato rispettato, perché del tutto omesso.

 

 P.S.  Non sono stati, e si è detto in premessa, evidenziati altri elementi valutativi, in termini di maggior costo insito nello schema di decreto legislativo. Esattamente il contrario della politica del risparmio.

Valga l’esempio di Castrovillari, sede di Tribunale, scelta negli scorsi anni come luogo di struttura potenziata (carcere, con unica sezione femminile del distretto di Catanzaro, direttamente collegato all’aula bunker -. quindi una scelta nella direzione del risparmio per traduzioni e sicurezza-  nuovo palazzo di giustizia di mq 12.000, con costo di 14 milioni di euro, di prossima consegna), Per tutte le sedi, sussistono ragioni aggiuntive in favore del mantenimento.

Si è limitato, qui, l’esame del cosiddetto criterio derogatorio, perché con esso, il legislatore, ha inteso assumere l’importanza della presenza dello Stato sul territorio contaminato dal crimine, anche nei casi in cui i numeri, non dovessero raggiungere il modello standard preso a riferimento.   

 

 

Promemoria per il rottamatore Renzi che vuole rottamare Di Pietro. Intanto rispondesse senza fare il furbetto.

luglio 22, 2012 in Appunti

 

Ora il rottamatore ha inserito nelle cose da fare,  la rottamazione di Di Pietro.  Però è troppo affaccendato e non trova il tempo per chiarire alcune cosette circa l’aiutino dai rottamandi,  con le mani in pasta nella politica da rottamare.  Il rottamatore è sideralmente lotano,  così dice,  dal mondo vecchio che vuole cambiare.  Cominciasse, allora,  a fare chiarezza e non giocasse con le querele fatte-non fatte,  perchè furbescamente forse vuole scansare la calunnia.  Gli ricordiamo il fattarello. Vediamo se ha un minutino per rispondere o chiarire. 

 Come è noto,  Renzi è stato chiamato in causa da Lusi,  a proposito  del denaro che l’ex tesoriere della Margherita gli avrebbe dato,  negando reiteratamente,  dando del bugiardo a Lusi, offendendosi.

Ora si apprende,  dalla stampa,  che Renzi,  dopo averla annunciata nella intervista televisiva alla Gruber,  ha rotto gli indugi e presentato la querela per diffamazione.

Senonchè,  offeso dalle accuse di Lusi,  il Renzi  non avrebbe querelato l’offensore Lusi,  ma “ignoti”.

Perbacco!  Diffamato da ignoti!  E poichè Lusi,  non è un ignoto,  vuol dire che non è lui l’offensore di Renzi,  ma sono gli “ignoti”  (la Spectre?).

Questa operazioncina,  mi evoca il tentativo  fatto da chi querela e spera, così,  di evitare  di prendersi un’accusa di calunnia,  potendo egli dire:  “ma io ho querelato un ignoto,  non ho calunniato nessuno in specifico, accusandolo d’avermi offeso, sapendolo invece innocente dell’offesa”.

Ma la calunnia  non è un reato direttamente contro una persona, è un reato contro l’amministrazione della Giustizia,  consistente nel fatto d’aver indotto,  con una falsa accusa , a fare indagini o un processo contro qualcuno,   pur sapendolo non responsabile del fatto che il querelante o denunciante gli attribuisce.  E’ calunnia anche se si accusa un ignoto,  perchè comporta indagini per darsi un  nome e un volto all’ignoto.

In conclusione,  Renzi ha una veste pubblica,  parla e straparla degli altri.

Ora parlasse chiaro,  senza giochini.  Trasparenza:  conosce la parola?

Tirasse fuori la querela e facesse  capire chi sono gli “ignoti” che l’hanno diffamato  (avendo escluso Lusi).  Facesse capire chi ha ordito ai suoi danni,  chi ha tentato o tenta di condizionarne l’ascesa a palazzo Chigi. 

Non pensasse,  il Renzi,  che questa è vicenda sua.  No,  lui l’ha resa pubblica con interviste a giornali e TV.  Ora,  non può distrarsi.  Deve rispondere,  non ci faccia pensare che stia facendo il gioco delle tre carte.

Sotto, il link della notizia data da Repubblica, della querela per diffamazione contro ignoti.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/26/renzi-lusi-querela-contro-ignoti.html

Saverio Lodato, storico studioso di mafia e il tempo d’oggi. Articolo su Antimafia2000

luglio 20, 2012 in Appunti

http://www.antimafiaduemila.com/2012071838256/focus/lodato-questo-e-il-tempo-della-chiarezza-e-vale-anche-per-napolitano.html

La mia risposta a Enrico Letta sull’Unità di oggi

luglio 20, 2012 in Appunti

Sulla prima pagina dell’Unità di ieri Enrico Letta attacca con veemenza l’Idv e Di Pietro per le critiche alla decisione del Capo dello Stato di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Oggi l’Unità pubblica la mia replica.

Strage di via D’Amelio. L’impegno per la verità

luglio 19, 2012 in Appunti

Questa mattina sono intervenuto in Aula al Senato in occasione del ventesimo anniversario della strage in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.

Napolitano: se c’è la strada principale, perché si va lungo il sentiero accidentato e con strappi?

luglio 18, 2012 in Appunti

Il Capo dello Stato solleva il conflitto con l’Autoritá Giudiziaria di Palermo e chiede alla Corte Costituzionale di risolverlo.
Esiste, certamente, un vuoto normativo. I vuoti si eliminano colmandoli con una legge.
La questione è antica. Già nel 1997 il problema fu posto. All’epoca la strada suggerita fu, per l’appunto, quella di un intervento normativo.
Non se ne fece nulla.
Ora, si cambia strada e si solleva il conflitto innanzi la Corte Costituzionale. Perché si è rinunciato alla strada più normale e corretta?
Così ha deciso il Capo dello Stato.
Perchè non è stato sollecitato il Parlamento ad intervenire con una legge?
In fondo, il Capo dello Stato, ha detto di aver assunto l’iniziativa del conflitto, pensando al futuro.
Proprio perché si pensa al futuro, perché non si interviene con apposita legge?
A seguire l’intervento del Ministro della Giustizia, nel 1997.
Si tratta di serie argomentazioni. È lungo. Per favore, leggetevi, gli ultimi due capoversi. Quella è la strada principale di cui parlo.

Intervento integrale nell’Aula del Senato del Ministro Flick, 7 marzo 1997, seduta n. 147 (grassetti miei)

FLICK , ministro di grazia e giustizia. Signor Presidente, la Costituzione tutela il diritto di ciascun cittadino alla libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione prevedendo che la limitazione di tale diritto inviolabile possa avvenire solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria e con osservanza delle garanzie stabilite dalla legge.
Un ordinamento rispetto alle libertà della persona deve perció porsi l’obiettivo della sua tutela rispetto alle possibili lesioni, nei confronti di tutti i cittadini, cercando di conciliare il diritto alla riservatezza con le esigenze di indagini e consentendo solo temporaneamente, e con ogni garanzia, forme di intrusione e di affievolimento.
In questa direzione il Governo ha presentato un disegno di legge che é ora all’esame del Parlamento, nel quale, proprio per evitare che il diritto al contraddittorio sui risultati delle indagini possa divenire occasione di divulgazione di comunicazioni intercorse tra persone anche quando quei risultati non sono necessari o rilevanti per il procedimento, é prevista la inversione della sequenza, nelle operazioni di intercettazione, anticipando la fase dello stralcio delle intercettazioni non rilevanti rispetto a quella del loro deposito, nella garanzia del diritto di difesa e nel segreto, sia prima del deposito, sia successivamente per le parti non depositate.
L’effettività della tutela della riservatezza riguarda anche il Capo dello Stato e trova per esso una esigenza di rafforzamento in ragione delle prerogative speciali che la Costituzione gli attribuisce quale supremo garante della stessa Costituzione repubblicana e della libertà dei cittadini, con specifico riferimento alla sua piena libertà di comunicazione e determinazione. Dette prerogative si riassumono infatti nel principio di irresponsabilità degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, che si estende anche al campo penale con il solo noto limite dei casi di attentato alla Costituzione o di alto tradimento.
Essendo la libertà di comunicazione e di corrispondenza un connotato essenziale dell’esercizio delle funzioni del Presidente della Repubblica, appare ovvio ritenere che la libertà e la segretezza delle comunicazioni e conversazioni del Presidente della Repubblica non possano essere soggette ad alcuna limitazione.
L’ovvietà di tale affermazione che discende già dalla interpretazione sistematica delle norme che regolano la posizione e le attribuzioni costituzionali della figura istituzionale del Presidente della Repubblica importa che la libertà di determinazione e comunicazione non possa subire alcuna limitazione neppure da parte di altra autorità. Non si tratta di un privilegio della persona ma della conseguenza della collocazione istituzionale del Capo dello Stato quale supremo garante della Costituzione.
La riaffermazione della inviolabilità delle determinazioni e delle comunicazioni del Presidente durante l’incarico trova espresso e testuale riconoscimento nella legge 5 giugno 1989, n. 219, in tema di reati di attentato alla Costituzione e di alto tradimento che, all’articolo 7, fa espresso divieto di disporre intercettazioni telefoniche o di altre forme di comunicazione nei confronti del Presidente della Repubblica senza che sia prevista alcuna eccezione e fa cadere il divieto solo dopo che la Corte Costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica.
Del resto, se é previsto che per i reati di attentato alla Costituzione o di alto tradimento l’intercettazione possa essere disposta solo dopo la sospensione dalla carica, a maggior ragione deve prefigurarsi una tutela piena in rapporto ad ipotesi di reati comuni e, a fortiori, rispetto a qualsiasi fatto penalmente irrilevante.
Ne discende, concordo con l’onorevole interpellante, il senatore Cossiga, che il divieto di intercettazione, come quello di altri mezzi di acquisizione della prova invasivi, pure vietati dal citato articolo 7, é assoluto. Nei confronti del Capo dello Stato le esigenze delle indagini cedono dunque il passo rispetto alle prerogative costituzionali che richiedono una libertà di determinazione e di comunicazione inconciliabile con qualsiasi forma intrusiva di acquisizione della prova.
Per la stessa ragione deve ovviamente ritenersi che il divieto di intercettazione si riferisca non solo alle cosiddette intercettazioni dirette, ossia su utenze di cui il Presidente abbia la disponibilità, ma anche alle cosiddette intercettazioni indirette, ossia quelle riguardanti comunicazioni a cui il Presidente partecipa o perché chiamato da una utenza intercettata o perché comunque partecipe della conversazione intercettata. Non puó infatti essere rimessa al sindacato successivo della autorità giudiziaria rispetto alla intrusione, la distinzione tra atti riconducibili all’esercizio delle funzioni e atti estranei a tale esercizio, distinzione che é invece ammessa per le intercettazioni nei confronti di altre categorie di soggetti, quali i difensori, per i quali essa é enucleabile dal disposto dell’articolo 105 del codice di procedura penale. Infatti, tale controllo comporterebbe anzitutto una valutazione della autorità giudiziaria sugli atti riferibili al profilo funzionale dell’attività del Capo dello Stato, per i quali il nostro ordinamento prevede la totale irresponsabilità.
In secondo luogo ne deriva il divieto in maniera assoluta di trascrizione e di deposito della registrazione relativa a una comunicazione del Capo dello Stato intercettata. Ció sia nel caso in cui essa sia stata illecitamente disposta ed eseguita, sia nel caso in cui sia stata accidentalmente captata su utenza di terzi legittimamente sottoposta a controllo.
Infatti, se nei confronti del Capo dello Stato sussiste un divieto assoluto di intercettazione, intimamente collegato alla persona e alle attribuzioni che l’ordinamento gli riconosce, non v’é ovviamente ragione di distinguere tra intercettazione diretta e indiretta: il principio generale enucleabile dal sistema vuole impedire la intercetttazione delle conversazioni del Presidente comunque effettuate durante la carica.
La procedura seguita dalla autorità giudiziaria milanese nella vicenda che é all’origine delle interpellanze, consistente nel deposito delle conversazioni del Capo dello Stato occasionalmente intercettate nel corso di un’intercettazione disposta a carico di terzi non appare in linea con la ricostruzione che ho sopra delineato.
Va peró precisato che tale ricostruzione é frutto di una interpretazione sistematica e non trova riferimenti letterali nella normativa codicistica. Allo stato, e nell’attesa di ricevere le informazioni che ho richiesto all’autorità giudiziaria, ritengo pertanto, per la parte di mia competenza, di non ravvisare nella condotta dei magistrati aspetti di macroscopica inosservanza delle disposizioni di legge o di loro abnorme interpretazione.
La disciplina in materia é, infatti, frammentaria a lacunosa e merita per piú versi un intervento normativo chiarificatore, che potrebbe essere inserito nella nuova disciplina proposta con il disegno di legge n. 2773 presentato dal Governo il 27 novembre 1996, della quale mi auguro possa seguire l’approvazione del Parlamento, che prevede appunto la selezione preventiva a cura del pubblico ministero e del giudice, prima del deposito, dei risultati della intercettazione.

Napolitano e il conflitto irreale tra una legge che c’è e una che non c’è

luglio 17, 2012 in Appunti

MAFIA: TRATTATIVA, LI GOTTI “NESSUN CONFLITTO TRA POTERI NÈ TRA LEGGI”

ROMA (ITALPRESS) – “Il Ministro Severino ha impostato correttamente e problematicamente la questione sollevata dal Capo dello Stato, nel senso di ritenere del tutto lecite le intercettazioni indirette (ed e’ il caso delle telefonate fatte da Mancino al Presidente Napolitano)”. Lo afferma in una nota il responsabile Giustizia dell’Italia dei Valori, Luigi Li Gotti, che aggiunge: “Il problema che si pone e che il ministro si pone e’ se, in assenza di una specifica regolamentazione, debba applicarsi la regola generale del codice o debba applicarsi una norma che non esiste, ricavandola dai principi generali costituzionali, con interpretazione, quindi, estensiva. Fatte queste premesse, il ministro assume che debba estendersi il vincolo della segretezza (quindi non la distruzione) a qualunque conversazione che veda interlocutore, chiamante o chiamato, il Capo dello Stato. L’IdV, nel prendere atto della posizione problematica assunta dal ministro, rammenta che esiste l’articolo 12 della legge in generale (le cosiddette preleggi) che specifica che si possa ricorrere ai principi generali del sistema ordinamentale dello Stato solo nel caso in cui la materia non sia disciplinata espressamente. Nel nostro caso la disciplina c’e’ e non e’ stata violata quindi, per non applicare la legge che c’e’, ci vuole un’altra legge e non ricavare una norma da principi generali, incorrendo cosi’ nel divieto previsto dall’art.12 delle disposizioni della legge in generale. Insomma, la strada seguita dal Presidente della Repubblica e’, ad avviso dell’Italia dei Valori, abbastanza fuori del sistema normativo, non apparendo sussistere alcun conflitto tra poteri dello Stato, ne’ tantomeno un impossibile conflitto tra una legge che c’e’ e una legge che non c’e'”, conclude Li Gotti.

Finisce un paradosso: ora più contrasto alla violenza in famiglia, pedopornografia, sfruttamento sessuale. Con emendamenti IDV

luglio 17, 2012 in Appunti

Sembrava un braccio di ferro estenuante, destinato a non finire. Pensate che il disegno di legge per la ratifica cella convenzione di Lanzarote e le modifiche all’ordinamento interno, era stato approvato dalla Camera il 19 gennaio 2010, poi approvato con modifiche dal Senato il 27 ottobre 2010, riapprovato con modifiche dalla Camera l’11 gennaio 2011, riapprovato con modifiche dal Senato il 16 maggio 2012, riapprovato con modifiche dalla Camera il 5 luglio 2012. Ora è finita. Siamo riusciti a spuntarla e le nostre proposte, dopo il voto della Camera, sono state approvate dalle commissioni competenti del senato, all’unanimità. Non dovrebbero esserci sorprese, scongiuri facendo. Sará legge, forse la prossima settimana. A seguire il comunicato emesso.

Le commissioni Giustizia ed Esteri hanno approvato il disegno di legge di ratifica della convenzione di Lanzarote e le norme di adeguamento interno. L’Italia dei Valori, esprime grande soddisfazione, essendo state accolte numerose sue proposte in difesa dei minori, contro lo sfruttamento sessuale e la pedopornografia. Di grande rilievo è l’inasprimento di pena, proposto sempre dall’IDV,  per il reato di maltrattamenti in famiglia, così come la previsione della pena dell’ergastolo per l’omicidio commesso nell’occasione del maltrattamento contro il familiare. È una importante risposta al grave fenomeno dell’aumento dei delitti in famiglia, che tanto spesso colpiscono le donne. Ora il provvedimento verrá in aula. Dovrebbe essere scontato il voto favorevole e il provvedimento sará legge. Li Gotti comm.Giust., Pedica comm.Esteri

Teatro Italia, servono truccatori per coprire il grottesco.

luglio 15, 2012 in Appunti

 

 

La reiterata discesa in campo di Silvio Berlusconi,  quale nuovo leader per il governo del paese, ha tratti utili per alcune considerazioni:

a)  Silvio Berlusconi ha una smisurata considerazione di se stesso , non conosce l’autocritica,  è giudice di se stesso,  non si processa e,  se dovesse farlo,  si autoassolve con formula pienissima.

b)  Silvio Berlusconi non crede alla esistenza di uno schieramento di destra scisso dalla sua persona.  Lui è l’espressione unica e l’interprete solitario di alcuni milioni di italiani.  Non ritiene che esista nessun altro capace di interpretare questo ruolo.

c)  Silvio Berlusconi ha una grande disistima del genere umano,  non riconosce forme di collaborazione bensì di adulazione.  Tutti sono,  comunque,  al di sotto del ruolo che decidesse di assegnare.  In fondo non ha nessuna stima per chi lo circonda.

d)  I suoi adulatori  (specie quelli di cosidetto vertice)  lo malsopportano ma sono deboli e lo temono. Ingoiano mortificazioni e umiliazioni.  Vivono di speranza di luce riflessa.  Si accontentano perchè non hanno alternative dinanzi all’esercizio del potere assoluto.  Sorridono in pubblico,  piangono in privato.  Basti considerare che Angelino Alfano,  già promosso delfino e presentato come il nuovo leader,  abbia commentato,  la decisione di Berlusconi,  dicendo di essere tra quelli che più hanno insistito,  per siffatta scelta.  Insomma l’ex nuovo leader,  subisce l’umiliazione e,  per la mortificazione,  spera solo che qualcuno possa credere che abbia lui scelto la strada dell’auto umiliazione.

e)  Silvio Berlusconi,  ha conquistato il potere nel 1994,  2001, 2008.  Non è stato mai riconfermato e,  in due delle tre volte,  ha ceduto prima del compimento della legislatura.  Solo nel 2001,  ha portato a termine il mandato e,  poi,  non è stato rieletto.  Insomma,  Berlusconi che sostiene che mai nessuno più di lui,  può contare successi,  è stato sempre regolarmente bocciato dagli italiani,  dopo aver governato.

f)  Silvio Berlusconi,  ora vorrebbe la quarta chance dagli italiani e,  pensa di ritornare ringiovanito,  mettendosi a dieta e facendo palestra.  Sarà l’ennesima maschera di se stesso, deteriorata dal tempo e dai fallimenti e,  restaurata per la scena.

Insomma riparte Teatro Italia,  ma ormai i truccatori sono  più numerosi dell’attore  e delle comparse che devono continuamente incipriare,   ripristinando parossisticamente  il trucco sfatto che si scioglie e scorre sulle guance.  Grottesco