Napolitano: se c’è la strada principale, perché si va lungo il sentiero accidentato e con strappi?

luglio 18, 2012 in Appunti

Il Capo dello Stato solleva il conflitto con l’Autoritá Giudiziaria di Palermo e chiede alla Corte Costituzionale di risolverlo.
Esiste, certamente, un vuoto normativo. I vuoti si eliminano colmandoli con una legge.
La questione è antica. Già nel 1997 il problema fu posto. All’epoca la strada suggerita fu, per l’appunto, quella di un intervento normativo.
Non se ne fece nulla.
Ora, si cambia strada e si solleva il conflitto innanzi la Corte Costituzionale. Perché si è rinunciato alla strada più normale e corretta?
Così ha deciso il Capo dello Stato.
Perchè non è stato sollecitato il Parlamento ad intervenire con una legge?
In fondo, il Capo dello Stato, ha detto di aver assunto l’iniziativa del conflitto, pensando al futuro.
Proprio perché si pensa al futuro, perché non si interviene con apposita legge?
A seguire l’intervento del Ministro della Giustizia, nel 1997.
Si tratta di serie argomentazioni. È lungo. Per favore, leggetevi, gli ultimi due capoversi. Quella è la strada principale di cui parlo.

Intervento integrale nell’Aula del Senato del Ministro Flick, 7 marzo 1997, seduta n. 147 (grassetti miei)

FLICK , ministro di grazia e giustizia. Signor Presidente, la Costituzione tutela il diritto di ciascun cittadino alla libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione prevedendo che la limitazione di tale diritto inviolabile possa avvenire solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria e con osservanza delle garanzie stabilite dalla legge.
Un ordinamento rispetto alle libertà della persona deve perció porsi l’obiettivo della sua tutela rispetto alle possibili lesioni, nei confronti di tutti i cittadini, cercando di conciliare il diritto alla riservatezza con le esigenze di indagini e consentendo solo temporaneamente, e con ogni garanzia, forme di intrusione e di affievolimento.
In questa direzione il Governo ha presentato un disegno di legge che é ora all’esame del Parlamento, nel quale, proprio per evitare che il diritto al contraddittorio sui risultati delle indagini possa divenire occasione di divulgazione di comunicazioni intercorse tra persone anche quando quei risultati non sono necessari o rilevanti per il procedimento, é prevista la inversione della sequenza, nelle operazioni di intercettazione, anticipando la fase dello stralcio delle intercettazioni non rilevanti rispetto a quella del loro deposito, nella garanzia del diritto di difesa e nel segreto, sia prima del deposito, sia successivamente per le parti non depositate.
L’effettività della tutela della riservatezza riguarda anche il Capo dello Stato e trova per esso una esigenza di rafforzamento in ragione delle prerogative speciali che la Costituzione gli attribuisce quale supremo garante della stessa Costituzione repubblicana e della libertà dei cittadini, con specifico riferimento alla sua piena libertà di comunicazione e determinazione. Dette prerogative si riassumono infatti nel principio di irresponsabilità degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, che si estende anche al campo penale con il solo noto limite dei casi di attentato alla Costituzione o di alto tradimento.
Essendo la libertà di comunicazione e di corrispondenza un connotato essenziale dell’esercizio delle funzioni del Presidente della Repubblica, appare ovvio ritenere che la libertà e la segretezza delle comunicazioni e conversazioni del Presidente della Repubblica non possano essere soggette ad alcuna limitazione.
L’ovvietà di tale affermazione che discende già dalla interpretazione sistematica delle norme che regolano la posizione e le attribuzioni costituzionali della figura istituzionale del Presidente della Repubblica importa che la libertà di determinazione e comunicazione non possa subire alcuna limitazione neppure da parte di altra autorità. Non si tratta di un privilegio della persona ma della conseguenza della collocazione istituzionale del Capo dello Stato quale supremo garante della Costituzione.
La riaffermazione della inviolabilità delle determinazioni e delle comunicazioni del Presidente durante l’incarico trova espresso e testuale riconoscimento nella legge 5 giugno 1989, n. 219, in tema di reati di attentato alla Costituzione e di alto tradimento che, all’articolo 7, fa espresso divieto di disporre intercettazioni telefoniche o di altre forme di comunicazione nei confronti del Presidente della Repubblica senza che sia prevista alcuna eccezione e fa cadere il divieto solo dopo che la Corte Costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica.
Del resto, se é previsto che per i reati di attentato alla Costituzione o di alto tradimento l’intercettazione possa essere disposta solo dopo la sospensione dalla carica, a maggior ragione deve prefigurarsi una tutela piena in rapporto ad ipotesi di reati comuni e, a fortiori, rispetto a qualsiasi fatto penalmente irrilevante.
Ne discende, concordo con l’onorevole interpellante, il senatore Cossiga, che il divieto di intercettazione, come quello di altri mezzi di acquisizione della prova invasivi, pure vietati dal citato articolo 7, é assoluto. Nei confronti del Capo dello Stato le esigenze delle indagini cedono dunque il passo rispetto alle prerogative costituzionali che richiedono una libertà di determinazione e di comunicazione inconciliabile con qualsiasi forma intrusiva di acquisizione della prova.
Per la stessa ragione deve ovviamente ritenersi che il divieto di intercettazione si riferisca non solo alle cosiddette intercettazioni dirette, ossia su utenze di cui il Presidente abbia la disponibilità, ma anche alle cosiddette intercettazioni indirette, ossia quelle riguardanti comunicazioni a cui il Presidente partecipa o perché chiamato da una utenza intercettata o perché comunque partecipe della conversazione intercettata. Non puó infatti essere rimessa al sindacato successivo della autorità giudiziaria rispetto alla intrusione, la distinzione tra atti riconducibili all’esercizio delle funzioni e atti estranei a tale esercizio, distinzione che é invece ammessa per le intercettazioni nei confronti di altre categorie di soggetti, quali i difensori, per i quali essa é enucleabile dal disposto dell’articolo 105 del codice di procedura penale. Infatti, tale controllo comporterebbe anzitutto una valutazione della autorità giudiziaria sugli atti riferibili al profilo funzionale dell’attività del Capo dello Stato, per i quali il nostro ordinamento prevede la totale irresponsabilità.
In secondo luogo ne deriva il divieto in maniera assoluta di trascrizione e di deposito della registrazione relativa a una comunicazione del Capo dello Stato intercettata. Ció sia nel caso in cui essa sia stata illecitamente disposta ed eseguita, sia nel caso in cui sia stata accidentalmente captata su utenza di terzi legittimamente sottoposta a controllo.
Infatti, se nei confronti del Capo dello Stato sussiste un divieto assoluto di intercettazione, intimamente collegato alla persona e alle attribuzioni che l’ordinamento gli riconosce, non v’é ovviamente ragione di distinguere tra intercettazione diretta e indiretta: il principio generale enucleabile dal sistema vuole impedire la intercetttazione delle conversazioni del Presidente comunque effettuate durante la carica.
La procedura seguita dalla autorità giudiziaria milanese nella vicenda che é all’origine delle interpellanze, consistente nel deposito delle conversazioni del Capo dello Stato occasionalmente intercettate nel corso di un’intercettazione disposta a carico di terzi non appare in linea con la ricostruzione che ho sopra delineato.
Va peró precisato che tale ricostruzione é frutto di una interpretazione sistematica e non trova riferimenti letterali nella normativa codicistica. Allo stato, e nell’attesa di ricevere le informazioni che ho richiesto all’autorità giudiziaria, ritengo pertanto, per la parte di mia competenza, di non ravvisare nella condotta dei magistrati aspetti di macroscopica inosservanza delle disposizioni di legge o di loro abnorme interpretazione.
La disciplina in materia é, infatti, frammentaria a lacunosa e merita per piú versi un intervento normativo chiarificatore, che potrebbe essere inserito nella nuova disciplina proposta con il disegno di legge n. 2773 presentato dal Governo il 27 novembre 1996, della quale mi auguro possa seguire l’approvazione del Parlamento, che prevede appunto la selezione preventiva a cura del pubblico ministero e del giudice, prima del deposito, dei risultati della intercettazione.