Archivio 2012 Giugno 15

Vi racconto una storia di mafia. Un mistero vero. Attende risposta.

Giugno 15, 2012 in Appunti

 

Dopo la chiusura delle indagini sulla trattativa con la mafia.

Vi racconto una storia e una domanda che vorrei porre.

Il 9 gennaio 1992, Balduccio Di Maggio (ex autista di Totò Riina), dopo essersi costituito, forniva alcune indicazioni per la cattura di Riina.
I Ros dei carabinieri, nel frattempo avevano individuato il complesso di via Bernini (Palermo), come possibile luogo di residenza del capo dei capi.
Venne, allora, posizionato un furgone anonimo in una stradina da cui si poteva vedere il cancello d’ingresso del complesso di via Bernini, con a bordo il Di Maggio e carabinieri del Ros. Fu così che Di Maggio, individuò una persona che sapeva vicina al Riina e, addirittura, uscire dal cancello, un’autovettura con Ninetta Bagarella (moglie di Riina).
Continuò l’osservazione e, la mattina del 15 gennaio, dal cancello uscì un’autovettura con due persone a bordo: una era Riina, subito riconosciuto da Balduccio Di Maggio.
I Carabinieri seguirono l’autovettura e dopo un 500 metri, con perfetta operazione, bloccarono l’auto e arrestarono Riina.
Nell’immediatezza, si svolse un vertice e, si decise di non perquisire subito l’abitazione ma, di continuare a tenerla sotto osservazione, confidandosi che altri mafiosi potessero lì recarsi, così da catturarli. La Procura di Palermo, chiese al colonnello Mori del Ros, se si fosse in condizione di assicurare l’osservazione e la risposta fu positiva.
Si decise, allora, di organizzare una messiniscena (con uomini, elicotteri, stampa, telecamere, ecc.), in un’altra zona di Palermo, così da far intendere che lì si pensasse vi fosse l’abitazione di Riina. Invero, essendo stato il Riina catturato a distanza dall’abitazione di via Bernini, si poteva far credere che si ignorare il luogo di abitazione. Insomma era un modo per trarre in inganno i mafiosi, così da indurli a recarsi in via Bernini e, così, catturare anche loro.

Dopo 18 giorni, casualmente il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Aliquò, si trovò a passare lungo la strada antistante il complesso di via Bernini, ed ebbe la sensazione che non ci fossero osservazioni del luogo.
Giunto in ufficio, ne parlò con il Procuratore Caselli che, immediatamente, chiese informazioni al colonnello Mori.
Questi rispose che il sistema di osservazione, in effetti, era cessato alle 12 del 15 gennaio, ossia dopo 4 ore dall’arresto di Riina.
Chiesta a Mori, la ragione dello smantellamento, rispose che sarebbe stata una operazione troppo stressante e che gli uomini non erano nelle condizione di garantirne l’efficacia.

Ma allora, mi chiedo e vorrei chiedere: perchè venne organizzata la messiniscena per far credere che non si conoscesse l’abitazione di Riina? Il presupposto della messiniscena, era proprio nel fatto che si tenesse sotto controllo il complessoi di via Bernini, mentre si faceva intendere di brancolare nel buio.
In effetti, il giorno dopo l’arresto, la moglie di Riina e i figli, vennero prelevati dall’organizzazione, per riapparire a Corleone. I mafiosi, inoltre, ebbero l’opportnunità di entrare nell’abitazione del capo, ripulendola di tutto (anche di una descritta cassaforte, contenente documenti).

Questo racconto è una cronaca oggettiva. Le domande? Le più ovvie. Le risposte? Mistero.
Io penso che questa storia abbia a che fare con la trattativa.

 

Concluse indagini su trattativa tra stato e cosa nostra. Noi vogliamo sapere la veritá.

Giugno 15, 2012 in Appunti

Le più recenti acquisizioni in ordine alla vicenda della cosiddetta trattativa tra lo Stato e cosa nostra, sono nel fatto che, in piena offensiva stragista (la scansione degli  avvenimenti, fu: Capaci, via D’Amelio, via Fauro, via dei Georgofili, San Giovanni in Laterano, via Pastrengo),  si fosse a conoscenza della esistenza di una cosa nostra stragista  (Riina) e di una trattativista  (Provenzano).

Senonché, delle possibili due anime di cosa nostra,  non si sapeva nulla, almeno sino al 1994.
Cosa nostra era conosciuta come un monolite.  Questo era ciò che si sapeva.
Ma, in verità,  Provenzano, dopo l’arresto di Riina (15 gennaio 1993),  aveva manifestato dissenso,  non tanto per le stragi ma, certamente,  che si continuasse a farle in Sicilia.  Non avrebbe potuto impedirle, per vecchia regola di cosa nostra,  qualora si fosse proseguito con lo stragismo,  sul continente.

Queste sono le cose che, a partire dal 1994,  si cominciarono a sapere.

Eppure, qualcuno, in pieno stragismo, aveva fatto sapere che, dopo l’arresto di Riina,  Provenzano era per il basso profilo di cosa nostra e, quindi, sarebbe stata opportuna una gestione più dosata del regime carcerario del 41 bis, quale segno di attenzione.
Quale è il mistero:  il 41 bis venne attenuato, in molti casi non più attuato,  ma nessuno dice chi fece sapere allo Stato,  dell’esistenza di due anime di cosa nostra.

A questa domanda,  ossia sulla conoscenza di qualcuno,  di ciò che si sarebbe saputo dopo anni,  nessuno risponde.

È  un fatto che le stragi proseguirono,  poi ci fu quella programmata allo stadio Olimpico,  poi cessò tutto.  Cosa nostra si inabissò e continuò la lunga latitanza di Provenzano,  mentre venivano catturati gli esponenti stragisti.

Ebbe inizio la normalizzazione siciliana che, però, non riguarda solo la Sicilia.
Mafia inabissata, vuol dire mafia che si riorganizza, senza conflitti interni, con i grandi affari che riprendono, con nuovi amici politici con cui convivere.
Insomma, una seconda repubblica anche per cosa nostra.

Stragi e trattativa, si legano in uno scenario torbido. Con sentenze  (via D’Amelio) che devono essere riscritte.

E’ un fatto che, improvvisamente, la strategia stragista mafiosa, cessò e che sia iniziata la cosiddetta pax mafiosa. Quale fu il prezzo pagato dallo Stato?  In cambio di cosa?  Chi garantì?  Quest’anno sono venti anni da Capaci e via D’Amelio.  Dobbiamo continuare a scavare,  per sapere.  E’ un dovere verso le vittime, i nostri eroi, e verso tutti gli italiani.