Civiltà del lavoro e del diritto, addio? Non dobbiamo permetterlo.

Maggio 24, 2012 in Appunti

Di seguito il resconto stenografico del mio intervento odierno in Aula sul ddl di riforma del mercato del lavoro

Signora Presidente, penso al giorno in cui un lavoratore cinquantenne si vedrà recapitare una lettera di licenziamento e si rivolgerà al giudice per chiedere la tutela del suo diritto al lavoro. Quel lavoratore ha un mutuo da pagare, mantiene i figli agli studi. Il giudice esaminerà la sua posizione e, in virtù di questa legge che si vuole approvare, dopo essersi accertato che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro condannando il datore di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria compresa tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità. Quel lavoratore cinquantenne avrà uno stipendio per un massimo di due anni. E poi? Troverà un altro lavoro? Verrà assunto da qualcun altro a quell’età? Chi gli pagherà il mutuo? Chi gli consentirà di far studiare i figli?

Voi dite che ciò non avverrà, che è un’ipotesi astratta, però l’avete prevista. Voi l’avete scritta. Voi volete che questo diventi legge. Non parlate delle grandi cose: pensate a quel lavoratore, a quello solo, e misurate le vostre decisioni sui diritti di quel lavoratore che ha lavorato, che ha 50 anni e non avrà più lavoro, né pensione. Come mangerà?

Le riforme si misurano sull’uomo. Non le grandi parole. Sul diritto di uno si misura se una riforma sia giusta o ingiusta. Il giorno in cui si verificherà questo, e quel lavoratore disperato si ucciderà perché voi l’avete costretto a uccidersi perché non potrà dare da mangiare ai figli, perché non ha lavoro e non sa nemmeno come comprare un chilo di pane, voi a chi ne risponderete? L’avvertite il peso morale di quello che state facendo? Voi dovete soltanto augurarvi che questo non succeda. Ma voi l’avete prevista come possibilità, e quella morte cadrà sulla vostra coscienza.

Voi non potete dimenticare il singolo, perché un Paese civile si misura sui diritti dei singoli, che diventano poi diritti collettivi. Il diritto dell’ultimo misura il grado di civiltà di un popolo, e voi il diritto dell’ultimo non lo tutelate. Eppure quell’ultimo ha ragione, perché un giudice gli dice che è ingiusto il suo licenziamento, che è insussistente il giustificato motivo, che è insussistente la giusta causa, ma non potrà far nulla. Pur dicendogli che ha ragione, che non deve essere licenziato, pur scrivendo ciò in sentenza, il giudice ha le mani legate: dirà che il licenziamento è ingiusto, ma il rapporto di lavoro deve essere risolto.

Ma che civiltà è questa? Ma che civiltà è questa? Riconoscere il diritto e negarlo nello stesso tempo. È una riforma? Ma non vi vergognate? Un minimo di riflessione su ciò che state facendo. Un minimo! La vostra coscienza non si ribella a questo insulto? Il giudice accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo e della giusta causa addotta dal datore di lavoro e dichiara risolto il rapporto di lavoro. Ma ve ne rendete conto? Mi rivolgo ad un giudice del mio Paese e chiedo giustizia: mi viene riconosciuto che ho ragione, ma devo essere licenziato, perché il giudice non ha alternative.

È civile questo? Pensateci. Pensateci. Potete cambiarla questa norma, perché non è civile. Noi vorremmo che il legislatore fosse civile, che il Governo percepisse che non si sta facendo una battaglia sul nulla, ma sul diritto minimo, il diritto a vivere, il diritto a mantenere la propria famiglia, il diritto a lavorare. Ripensateci. Non consegniamo al Paese questa cosa brutta. Questa norma non serve allo sviluppo del Paese. Lo fa precipitare indietro, anche la sola previsione astratta. Non è detto che debba accadere, ma voi prevedete che possa accadere.

Proprio perché voi dite che non accadrà mai, allora non scrivete questa norma, la cosa più brutta. Vi rendete conto che create una società del ricatto in questo modo? Un datore di lavoro o chiunque può licenziare il lavoratore pure se quest’ultimo gli risponde che non può farlo. Infatti il datore di lavoro gli dirà che se il giudice gli darà torto il lavoratore sarà comunque licenziato. Questa è la società del ricatto. Non possiamo permetterlo.

Mi scuso se mi sono alterato, ma se chiedo rispetto per gli altri lo devo anche a voi. Ma rifletteteci: potete cambiare questa norma. Non consegniamo al Paese una barbarie giuridica e il sacrificio del diritto del singolo. Quel lavoratore vi ringrazierà, e con lui anche i suoi figli.