Archivio 2012 maggio

La ministra e lo scippo: la riforma del lavoro è incostituzionale, i lavoratori si riprenderanno i loro diritti!

maggio 30, 2012 in Appunti

Il testo della riforma Fornero sarà studiato nelle Università come esempio di legge scritta con i piedi.

Guarda il mio intervento in Aula sulla fiducia alla riforma del mercato del lavoro

Civiltà del lavoro e del diritto, addio? Non dobbiamo permetterlo.

maggio 24, 2012 in Appunti

Di seguito il resconto stenografico del mio intervento odierno in Aula sul ddl di riforma del mercato del lavoro

Signora Presidente, penso al giorno in cui un lavoratore cinquantenne si vedrà recapitare una lettera di licenziamento e si rivolgerà al giudice per chiedere la tutela del suo diritto al lavoro. Quel lavoratore ha un mutuo da pagare, mantiene i figli agli studi. Il giudice esaminerà la sua posizione e, in virtù di questa legge che si vuole approvare, dopo essersi accertato che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro condannando il datore di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria compresa tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità. Quel lavoratore cinquantenne avrà uno stipendio per un massimo di due anni. E poi? Troverà un altro lavoro? Verrà assunto da qualcun altro a quell’età? Chi gli pagherà il mutuo? Chi gli consentirà di far studiare i figli?

Voi dite che ciò non avverrà, che è un’ipotesi astratta, però l’avete prevista. Voi l’avete scritta. Voi volete che questo diventi legge. Non parlate delle grandi cose: pensate a quel lavoratore, a quello solo, e misurate le vostre decisioni sui diritti di quel lavoratore che ha lavorato, che ha 50 anni e non avrà più lavoro, né pensione. Come mangerà?

Le riforme si misurano sull’uomo. Non le grandi parole. Sul diritto di uno si misura se una riforma sia giusta o ingiusta. Il giorno in cui si verificherà questo, e quel lavoratore disperato si ucciderà perché voi l’avete costretto a uccidersi perché non potrà dare da mangiare ai figli, perché non ha lavoro e non sa nemmeno come comprare un chilo di pane, voi a chi ne risponderete? L’avvertite il peso morale di quello che state facendo? Voi dovete soltanto augurarvi che questo non succeda. Ma voi l’avete prevista come possibilità, e quella morte cadrà sulla vostra coscienza.

Voi non potete dimenticare il singolo, perché un Paese civile si misura sui diritti dei singoli, che diventano poi diritti collettivi. Il diritto dell’ultimo misura il grado di civiltà di un popolo, e voi il diritto dell’ultimo non lo tutelate. Eppure quell’ultimo ha ragione, perché un giudice gli dice che è ingiusto il suo licenziamento, che è insussistente il giustificato motivo, che è insussistente la giusta causa, ma non potrà far nulla. Pur dicendogli che ha ragione, che non deve essere licenziato, pur scrivendo ciò in sentenza, il giudice ha le mani legate: dirà che il licenziamento è ingiusto, ma il rapporto di lavoro deve essere risolto.

Ma che civiltà è questa? Ma che civiltà è questa? Riconoscere il diritto e negarlo nello stesso tempo. È una riforma? Ma non vi vergognate? Un minimo di riflessione su ciò che state facendo. Un minimo! La vostra coscienza non si ribella a questo insulto? Il giudice accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo e della giusta causa addotta dal datore di lavoro e dichiara risolto il rapporto di lavoro. Ma ve ne rendete conto? Mi rivolgo ad un giudice del mio Paese e chiedo giustizia: mi viene riconosciuto che ho ragione, ma devo essere licenziato, perché il giudice non ha alternative.

È civile questo? Pensateci. Pensateci. Potete cambiarla questa norma, perché non è civile. Noi vorremmo che il legislatore fosse civile, che il Governo percepisse che non si sta facendo una battaglia sul nulla, ma sul diritto minimo, il diritto a vivere, il diritto a mantenere la propria famiglia, il diritto a lavorare. Ripensateci. Non consegniamo al Paese questa cosa brutta. Questa norma non serve allo sviluppo del Paese. Lo fa precipitare indietro, anche la sola previsione astratta. Non è detto che debba accadere, ma voi prevedete che possa accadere.

Proprio perché voi dite che non accadrà mai, allora non scrivete questa norma, la cosa più brutta. Vi rendete conto che create una società del ricatto in questo modo? Un datore di lavoro o chiunque può licenziare il lavoratore pure se quest’ultimo gli risponde che non può farlo. Infatti il datore di lavoro gli dirà che se il giudice gli darà torto il lavoratore sarà comunque licenziato. Questa è la società del ricatto. Non possiamo permetterlo.

Mi scuso se mi sono alterato, ma se chiedo rispetto per gli altri lo devo anche a voi. Ma rifletteteci: potete cambiare questa norma. Non consegniamo al Paese una barbarie giuridica e il sacrificio del diritto del singolo. Quel lavoratore vi ringrazierà, e con lui anche i suoi figli.

Giovanni Falcone: la profezia incompiuta. Perché?

maggio 23, 2012 in Appunti

 

 

Giovanni Falcone,  in una nota intervista,  disse che la mafia,  come tutte le cose umane,  aveva un inizio e avrebbe avuto una fine.
All’evidenza non si profetizzava un evento naturalistico,  ma di qualcosa strettamente legato all’impegno,  alla costanza,  alla determinazione nella lotta alla mafia:  il bene avrebbe vinto il male.
Nel ventennale del suo assassinio,  dobbiamo amaramente constatare che le metastasi mafiose,  hanno invaso tutto il paese,  infettando l’economia,  comprimendo la legalità,  condizionando la libertà degli uomini.
Registriamo una sconfitta.
La causa dell’espansione mafiosa,  è nella debolezza nel fare luce sulle troppe zone grigie,  quelle che si ingrassano facendo affari con i mafiosi,  che ammiccano,  che preferiscono l’antistato allo Stato.
Ovviamente molte delle responsabilità ricadono sulla politica,  brava a parole e tanto spesso indecente nei fatti.
Saprebbe,  diversamente,  spiegare qualcuno,  la ragione della mancata introduzione nel nostro codice del reato di autoriciclaggio?
Perché siamo l’unico paese occidentale a non accettare questo reato,  assolutamente indispensabile per inseguire i capitali mafiosi nel magma della finanza?
Perché si rimane sordi alle sollecitazioni delle autorità mondiali e nazionali?
È la politica che non vuole.

Nel gennaio del 2009,  la mia proposta di introdurre il reato,  era arrivata al voto dell’aula,  quando improvvisamente il governo e la maggioranza,  chiesero una pausa di riflessione.  Si accodò il PD, cadendo nella trappola.  Sono,  infatti trascorsi 3 anni e mezzo e la riflessione continua! 

Nonostante le reiterate sollecitazioni,  non si è più riusciti a portare il testo in aula.
Quando sento i politici parlare di lotta alla mafia,  io penso alla malafede ipocrita.

Se dopo venti anni, dobbiamo ancora scontrarci con i misteri densi delle stragi e della trattativa, ciò significa che non stiamo vincendo.

Oggi ricordiamo.  Ma ha senso se ciò significa fatti concreti e non parole.  Facciamo  ciò che serve a togliere  “l’acqua ai pesci”,  ossia i soldi ai mafiosi e loro complici.

 

 

Un mistero che rimane mistero. Dopo 20 anni. Il rapporto mafia-appalti e l’assassinio di Giovanni Falcone

maggio 21, 2012 in Appunti

 

CELEBRARE UN ANNIVERSARIO CON L’IMPEGNO DI CERCARE LA VERITA’ CHE ANCORA NON C’E’. LO DOBBIAMO AI CADUTI E AL PAESE. NON SI COSTRUISCE IL FUTURO CON I BUCHI NERI DEI MISTERI.

 

C’è una pagina  (non la sola) che nasconde un mistero.  Se ne parla poco.  Ma racchiude messaggi non decifrati che si collegano alla morte di Falcone prima e,  poi di Borsellino.

Provo a raccontarla,  senza tentare una decriptazione.

Nel 1991,  i Ros consegnarono a Giovanni Falcone,  il rapporto su mafia-appalti,  proprio il giorno in cui Falcone cessava la sua attività a Palermo,  per trasferirsi a Roma, al Ministero.

Falcone lo lesse e lo lasciò al Procuratore della Repubblica.

Soltanto dopo diverso tempo  (erano stati già uccisi Falcone e Borsellino),  si accertò che quel rapporto, era stata depurato dei nomi e degli approfondimenti su uomini politici nazionali.

Era, infatti, accaduto che le indagini,  pur già fatte,  non vennero comunicate a Palermo,  ma i Ros,  trasmisero gli accertamenti sui politici nazionali,  alla Procura di Catania, che divenne titolare delle indagini,  senza che Palermo nulla sapesse,  essendo stata la Procura di Palermo destinataria di un rapporto “ripulito”.

Solo verso la fine del 1992  (dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio),  Catania trasmise a Palermo quegli elementi di indagine,  risalenti al 1991,  con i riferimenti ai politici nazionali.

Accadde, poi,  un altro fatto  (venuto alla luce recentemente,  durante i lavori della Commissione Antimafia).

Falcone ricevette al Ministero un plico proveniente dalla Procura di Palermo.  Era fuori sede e, sollecitò la dott.ssa Liliana Ferraro,  ad aprire il plico per vedere di cosa si trattasse.  Era il rapporto mafia-appalti  (quello che Falcone aveva consegnato al Procuratore di Palermo,  il giorno del suo trasferimento a Roma).

Ha riferito la dott.ssa Liliana Ferraro che,  dopo circa due ore da quando aveva aperto il plico, riferendone il contenuto a Falcone,  questi la richiamò,  disponendo che rimpacchettasse il tutto, rispedendo subito alla Procura di Palermo.

Inutili,  sino ad oggi,  le ricerche della lettera con cui la Procura di Palermo accompagnava il plico inviato,  del tutto irritualmente,  a Falcone  (che ormai lavorava a Roma e che,  quindi,  non  aveva un titolo formale,  per ricevere il rapporto mafia-appalti). 

Racconta,  poi,  l’allora comandante dei Ros che,  il 25 giugno 1992,  Borsellino volle incontrarlo in luogo riservato  (caserma Carini di Palermo)  e non in Procura,  perchè Borsellino,  non volela che occhi indiscreti potessero vedere.

Nel corso dell’incontro,  secondo il racconto di Mori  (comandante del Ros),  Borsellino avrebbe chiesto un rigido e diretto rapporto fiduciario,  perchè si avviassero indagini con oggetto il rapporto mafia-appalti,  poichè Borsellino aveva sentore che proprio lì,  si sarebbe trovata la ragione ultima della uccisione di Giovanni Falcone.

In quella occasione,   improntata a estrema fiducia  (così ne riferisce Mori),  sicuramente non sarebbero state riferite a Borsellino,  due cose che,  atteso il rapporto fiduciario,  dovevano essere dette (questa è l’unica deduzione che faccio):

a)  Mori non avrebbe detto a Borsellino che, nel frattempo, era stato avviato un contatto con Vito Ciancimino (la nota “trattativa”).  Quando,  durante un processo,  chiesi a Mori,  il perchè nulla avesse detto a Borsellino,  mi rispose che,  certamente,  sarebbe stato doveroso parlargliene. Senonchè,  alla data del 25 giugno,  non ci sarebbe ancora stato il contatto con Vito Ciancimino. E’,  invece,  pacificamente accertato  (per acquisizioni recenti), che il contatto con Vito Ciancimino,  fosse stato già avviato.

b)  Mori non riferì a Borsellino che il rapporto su cui il magistrato intendeva lavorare riservatamente,  era monco delle attività di indagini sui politici  (i Ros,  come sopra già detto, trasmisero gli atti d’indagine completi,  a Catania e non a Palermo).  Il rapporto fiduciario e riservatissimo con il Ros,  cercato da Borsellino  (così ne parla Mori),  non poteva continuare a celare l’esistenza di atti d’indagine inquietanti sui politici nazionali,  già fatti da un anno e non comunicati a Palermo.

Insomma,  nè Falcone nè Borsellino,  ebbero mai cognizione di delicatissime attività d’indagine su politici nazionali.

Domande?  Tante.  Misteri?  Tanti.  

Luigi Calabresi, caduto per lo Stato.

maggio 17, 2012 in Appunti

Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della uccisione del commissario Luigi Calabresi.
Per anni fu oggetto di una forsennata campagna di odio che preannunciava il suo assassinio.
Alle 9.15 del 17 maggio, mentre si apprestava ad aprire la portiera della sua Fiat 500, l’assassino lo raggiunse, alle spalle, esplodendo due colpi d’arma da fuoco, al capo e alla schiena.
Luigi Calabresi, fu la prima vittima dell’incipiente stagione terroristica che ha disseminato di morte e lutto, il nostro paese.
Pochi mesi prima della sua uccisione, v’era stato il primo sequestro “politico” (Macchiarini), salutato con esaltazione dalla degenerazione di falsi profeti.
Oggi, nuovi segnali, inquietano. L’Italia deve dimostrare d’essere un paese maturo, capace di isolare i terroristi veri e quelli che aspirano a diventarlo.
Siamo un paese democratico, chiamato a sopportare grandi difficoltà.
La pesantezza della situazione, non cambierà però la nostra natura di popolo che vuole partecipazione, leggi giuste, più democrazia.

Aumenta contrasto pedofilia e prostituzione minorile. Sventato errore macroscopico o un aiutino a Silvio

maggio 16, 2012 in Appunti

*Pedofilia/ Ok Senato convenzione di Lanzarote, testo va a Camera

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Li Gotti (Idv): Dopo mie urla cambiata norma su pedofilia

Roma, 16 mag. (TMNews) – Il Senato ha approvato oggi pomeriggio a larghissima maggioranza (un solo voto contrario) la ratifica della Convenzione per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il provvedimento, in quarta lettura, è stato ancora modificato e tornerà di nuovo alla Camera; l’iter del ddl è cominciato alla fine del 2009,e introduce nel nostro codice penale la parola pedofilia.

A causare le modifiche che rimandano il testo a Montecitorio le “urla” del senatore dell’Idv Luigi Li Gotti, come lui stesso ha sottolineato: “abbiamo dovuto urlare per segnalare l’enorme errore commesso: per i reati di pedofilia, reati sessuali con minorenni o prostituzione minorile, anche se il colpevole fosse condannato ad una pena superiore a cinque anni, ora come ora conseguirebbe non l’interdizione perpetua daipubblici uffici, come per tutti i reati, ma l’interdizione massima di cinque anni.
Insomma – ha fatto notare Li Gotti – per i reati più odiosi, il reo avrebbe un trattamento di favore”.

“Alla fine il Governo e tutti i gruppi hanno condiviso la critica urlata, per cui il testo verrà inquadrato nella normativa generale prevista dal codice: chi fosse condannato ad una pena superiore a cinque anni, sarà interdetto per sempre dai pubblici uffici. Tutti, anche se dovesse chiamarsi Silvio Berlusconi. Il riferimento – ha concluso Li Gotti – non è casuale, perché a pensar male, spesso ci si prende”.

Il crocerossino offeso. Cronaca di una giornata nefasta.

maggio 11, 2012 in Appunti

 

Il PDL proprio non gradisce modifiche sulla corruzione,  se non per aiutare il capo supremo. Il disegno di legge si dibatte, tra tantissimi emendamenti alla Camera. Il cuore del dispiacere del Pdl è nel non riuscire a far passare l’emendamento del deputato Francesco Paolo Sisto, finalizzato a cancellare l’ipotesi di reato contestata a Berlusconi nel processo Ruby. Ieri il ministro Severino, ha dato il parere negativo sull’emendamento e il deputato Francesco Paolo Sisto, risentito, ha commentato: “Stop al giacobinismo. Non si è buoni parlamentari presentandosi con le corde pendenti dell’impiccagione”. Perbacco, Paolo Sisto! Rivediamole queste corde pendenti che volevi recidere.  

Partiamo dalla norma attuale della concussione  (art.317  del codice penale) . Dice:

<<Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare od a promettere indebitamente, a lui o a un terzo denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni>>.

Lutilità che il pubblico ufficiale si prefigge di ottenere,  con il suo comportamento abusante dei suoi poteri,  indica <<tutto ciò che rappresenta per la persona un vantaggio, materiale o morale, patrimoniale o non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile>>.

Nella vicenda Ruby (Mubarak),  l’utilità perseguita da Berlusconi,  secondo l’accusa,  era il rilascio della minorenne con l’affidamento alla Minetti  (cosa non consentita dalla legge).

All’evidenza,  non si tratta di un “vantaggio patrimoniale”,  ossia non è un qualcosa di apprezzabile economicamente.

Questo premesso,  veniamo al dunque.

Alla Camera,  si sta esaminando il disegno di legge sui reati contro la pubblica amministrazione (concussione, corruzione, peculato, ecc.),  ed ecco materializzarsi il crocerossino di turno.

Un deputato del PDL,  ha presentato un emendamendo perchè,  dopo la parola “utilità”,  venga aggiunta la parola “patrimoniale”.

Con quale conseguenza?

La norma si leggerebbe così: <<…costringe o induce taluno a dare od a promettere indebitamente, a lui o a un terzo denaro od altra utilità patrimoniale,…>>.

Non esisterebbe,  cioè,  più il reato di concussione,  qualora l’utilità,  cercata dal pubblico ufficiale,  abusante dei suoi poteri,  non avesse  un contenuto patrimoniale.  Ossia,  se non si chiedono soldi o cose economicamente apprezzabili,  il pubblico ufficiale potrebbe vessare il cittadino, chiedendo qualunque cosa che fosse per lui una utilità (diversa dal tintinnio delle monete o simili cose) ,   ma non commetterebbe nessun  reato.

Proprio una bella proposta,  su misura per Berlusconi,  nel caso Ruby.

Queste sono le corde pendenti che il Pdl vorrebbe recidere. Senza pudore e senza neanche arrossire un pò.  Bisogna essere veramente “uomini di fegato”, per sacrificare sull’altare della riconoscenza di Silvio,  i propri studi giuridici e una vita professionale costruita sui testi dimenticati o rinnegati dell’Antolisei e del Bettiol. 

Indignazione con bersaglio faidate (L’ISOLA CHE NON C’È).Rimborsi elettorali: serve un passo indietro dei partiti senza scadere nell’ipocrisia

maggio 4, 2012 in Appunti

INDIGNAZIONE DEVIATA CON SUBLIMAZIONE DELL’IPOCRISIA. POLITICA SI INDIGNA PERCHÈ UN TESORIERE SI APPROPRIA DEL DENARO DEL PARTITO CHE NON C’È E NON PER MILIONI DATI DALLO STATO AL PARTITO CHE NON C’È. MI SUONA STRANO. RIUSCITA MANIPOLAZIONE MEDIATICA. SE NON FOSSE ESPLOSO CASO LUSI, RUTELLI AVREBBE DATO 5 MILIONI ALL’INPS? O LI AVREBBE TRATTENUTI COME IN TUTTI QUESTI ANNI?

Le vicende Lusi e Lega,  hanno posto all’attenzione dei cittadini,  l’abnormità dei rimborsi elettorali ai partiti.  L’attenzione si è trasformata in deplorazione,  in considerazione della crisi economica che stiamo attraversando.  Oggi,  non si può fare come si è fatto nel passato.  Non bisogna però,  a mio parere,  scivolare nell’ipocrisia,  che è un sintomo di insincerità.

Bella,  infatti,   l’iniziativa di Rutelli di destinare all’INPS, alcuni milioni dì quelli frutto dell’appropiazione da parte del tesoriere Lusi  (secondo i primi approdi dell’indagine giudiziaria).

Quale è il significato di questa bella iniziativa,  lodata anche da Monti?

Mi chiedo:  se la Margherita (Rutelli)  non si fosse sentita spogliata da Lusi,  il denaro lo avrebbe trattenuto?

Invero,  se non possiamo mettere in dubbio l’affermazione di Rutelli,  d’essere parte lesa per i fatti appropiativi di Lusi,  ignorando che ciò accadeva,  sicuramente Rutelli non ignorava di ricevere milioni e milioni di euro a titolo di rimborso elettorale,  pur non esistendo il partito della Margherita.

Insomma,  una domanda vorrei porre agli ex leader della ex Margherita:  se non fosse esplosa la vicenda Lusi,  che destinazione avrebbero dato alle decine di milioni di euro che continuavano a prendere,  pur non esistendo più la Margherita?

Per finire,  l’indignazione di Rutelli,  è per essere stato “fregato” o per aver preso decine di milioni di euro,  elargiti al suo partito non più esistente da anni? 

Se l’indignazione è per la prima ipotesi (la fregatura),  tutto si ammanta di ipocrisia:  non di indignazione,  invero,  bisogna parlare  ma di arrabbiatura per la “fregatura”.  

Grillo, sulla e con la mafia è pericoloso costruire battute. Non serve, dopo, spiegarsi

maggio 1, 2012 in Appunti

 

 

Beppe Grillo,  è stato infelice,  nel ricorrere,  proprio a Palermo,  alla battuta semplicistica su cosa nostra che,  tiene in vita i propri “clienti”,  a differenza dello Stato che strangola.

In una terra dove i morti ammazzati per mano di cosa nostra,  sono stati migliaia,  non si può parlare di mafia,  ignorando la sua perenne ferocia sanguinaria.  Così,  c’è il rischio,  bene che vada, d’essere fraintesi.

E’ solo,  infatti,   una sfaccettatura della mafia,  quella di considerarla  nel suo versante affaristico. Certo,  se ci si limita alla astrazione della domanda di cosa voglia la sanguisuga dalla propria vittima,  è facile la risposta che voglia il sangue.

Sicchè cosa nostra,  soggetto parassitario che sfrutta il lavoro altrui,  avrebbe tutto l’interesse che si produca economia,  dovendo lucrare su quella prodotta dagli altri,  non essendo  essa un soggetto produttore,  ma parassitario.

Questa è,  però,  una delle sfaccettature di cosa nostra:  l’organizzazione criminale mafiosa,  è potere,  sfruttamento,  controllo del territorio,  eliminazione fisica dei nemici,  punizione fisica dei traditori e degli inaffidabili,  terrorismo,  “avvertimento”,  vessazione,  vendetta. 

Insomma cosa nostra,  è un modello ordinamentale di statalismo sovrano,  esercitato con dominio,  non in virtù di una propria capacità antagonistica vincente,  bensì perchè realizzata con l’esercizio di un potere assoluto,  nel regolamentare la “vita sociale”:  il potere,  esercitato senza scrupoli,  di amministrare la vita e la morte,  ovvero il potere di ammazzare.

Se cosi non fosse,  se la conoscenza della mafia,  non fosse proprio quella della sua ferocia sanguinaria,  perchè mai tanti altri uomini dovrebbero rinunziare ad una parte del frutto del proprio sudore per darlo a chi,  di sudore,   non ne ha versato neanche una goccia?

Dimenticare il lugubre e sanguinario scenario,  del mafioso protagonista violento che chiede il pizzo e,  ottenendolo,  “garantisce” un poco di vita e sopravvivenza,  è un errore fatale:  quello stesso errore che in diverse occasioni ha fatto dire che “mafia è meglio”.

No,  mai.  La mafia è il peggio.  Beppe Grillo,  per il gusto e lo stile semplificativo,  non ha pensato a tutte queste cose e certi  errori,  non sono ammissibili.