Liberalizzazioni. Il mio intervento sulla fiducia (resoconto stenografico)

1 Marzo 2012 in Appunti

Votata fiducia con 237 voti a favore, 33 contrari, 2 astenuti.

PRESIDENTE. Colleghi, pensavo che nell’avvicendamento delle Presidenze in questa seduta fosse già stato fatto, ma mi dicono che non è stato così.

Vorrei quindi esprimere personalmente, anche a nome della Presidenza, il cordoglio per l’improvvisa scomparsa di Lucio Dalla, perché il Parlamento non è lontano dai cittadini. (Applausi). È venuto improvvisamente a mancare un artista. La sua musica e le sue canzoni hanno accompagnato i momenti di vita di tante generazioni. Per questo motivo è un momento di tristezza e di cordoglio a cui il Parlamento e il Senato della Repubblica partecipano.

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3110
e della questione di fiducia (ore 13,50)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Li Gotti. Ne ha facoltà.

LI GOTTI (IdV). Signor Presidente, condividiamo le sue parole per la scomparsa di un grande artista. Era giusto che il Senato nella sua ufficialità vivesse anche questo momento che lei, interpretando i sentimenti di tutti e intercettando i sentimenti del popolo italiano, ha saputo cogliere. La ringraziamo per questo.

Stamane ho contato undici volte, undici occasioni in cui il Governo ha ringraziato il Parlamento. C’è stata una continua reiterazione di ringraziamenti che hanno coinvolto un po’ tutti, la Commissione e il Parlamento. Anche ieri ne avevamo avuto una buona quota. Oggi, in un tempo contingentato, undici ringraziamenti sono parsi parecchi. Si è richiamato il fatto che il Parlamento avesse dato un grande contributo, che le Commissioni avessero ben lavorato, che il prodotto è stato migliorato.

Poi, subito dopo, un altro rappresentante del Governo, in una progressione che ha una sua logica, ha spiegato la ragione del Governo tecnico e il rapporto di questo con la politica e con il Parlamento. Già qui abbiamo cominciato a capire quello che sapevamo. Si è trattato però di una buona costruzione. Prima i ringraziamenti, poi si spiega il rapporto tra Governo tecnico e Parlamento e, poi, è arrivato il terzo rappresentante del Governo, il ministro Giarda che, ha posto la fiducia, con un maxiemendamento. Originariamente il provvedimento conteneva 97 articoli, con il maxiemendamento ne vengono modificati 53, aggiunti 21 e 44 rimangono non toccati. In totale sono 118 articoli rispetto ai 97 iniziali. Dopo questa modifica, così ad ampio spettro, che ha riguardato circa il 70 per cento dell’intero impianto, il Governo, visto questo, pone la fiducia. È un paradosso. È veramente un paradosso. Nel momento in cui si prende atto che è il Parlamento che ha un po’ costretto le modifiche, il Governo dice «atteso il risultato, “fiduciatemi”. Potete investire sulla mia fiducia».

La verità è che, secondo me, la parola fiducia in questo caso è l’incontro di sintesi di due sfiducie. Il Governo proclamava che ringraziava il Parlamento, senza però fidarsi; il Parlamento non si è fidato del Governo, mutando in più parti il decreto.

Alla fine l’unico modo per uscire dall’incontro tra le due sfiducie era mettere la fiducia. (Applausi dal Gruppo IdV). Ma che ha un significato diverso dalla parola originaria “fiducia”. Questa è un’altra fiducia. È un’altra cosa.

IMPROTA, sottosegretario di Stato per le infrastrutture e per i trasporti. È un’armonia.

LI GOTTI (IdV). È una moral suasion? No, proprio no. È lo strumento tecnico per dire: «Io vi avevo fornito un prodotto. Voi non l’avete ben accolto. Sono costretto a recepire alcune cose. Però ora basta. La ricreazione è finita. Il discorso si chiude». Dovesse mai, nel corso di un approfondimento in Aula, cambiarsi ulteriormente qualche altra cosa. Poteva capitare! Nel momento in cui c’era stata questa dimostrazione da parte del Parlamento di contributi fattivi da parte di tutti – ognuno di noi, in quota, ha avuto qualche emendamento approvato – poteva capitare che in un approfondimento dell’Aula si potesse andare oltre il lavoro delle Commissioni e apportare quelle modifiche che noi pensavamo, e altri colleghi pensano, potessero e dovessero essere fatte.

Siamo con i tempi ristretti? Francamente no. C’era la possibilità di aprire anche una finestra su un tentativo di dialogo con l’Aula, che poteva essere poi immediatamente chiusa qualora l’Aula fosse stata riottosamente procliva all’ostruzionismo. Ma se non si fosse manifestato questo tipo di attività ostruzionistica, andando avanti, sarebbe potuta cambiare qualche altra cosa. Invece si è detto no. Eppure questo è un provvedimento che ha un titolo solenne, che appassiona ciascuno di noi, perché è un decreto-legge «recante disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività». È veramente un provvedimento con un titolo pesante, impegnativo, che riguarda il futuro, oltre che il presente. È una sfida nuova, che si può lanciare, con il Paese e per il Paese.

Forse questo provvedimento altri 2-3 giorni di lavori d’Aula li avrebbe meritati, considerato anche il fatto che la 10ª Commissione ha dovuto lavorare in maniera tumultuosa. Il provvedimento infatti era stato assegnato alla 10ª Commissione, ma essendo ad ampio spettro, ha riguardato quasi tutte le altre Commissioni soltanto con un’attività consultiva, ma poi noi appartenenti ad altre Commissioni andavamo in 10ª per cercare di portare avanti discorsi che nelle Commissioni d’appartenenza avevamo sviluppato.

L’Aula avrebbe potuto rappresentare quell’espressione vera anche delle opinioni dei componenti delle altre Commissioni, che nella Commissione propria e dell’industria si manifestavano come argomentazioni e che nelle proprie Commissioni non erano state concretizzate attraverso il voto.

Era l’Aula che avrebbe potuto consentire l’espressione delle diverse, non dico sensibilità, ma certamente attenzioni, per materie. Che non è corporazione. È sensibilità per materie di alcuni temi. È ovvio che sui temi della giustizia io sono più sensibile rispetto ad altri temi, che pure mi interessano. È naturale che ci sia questa diversa sensibilità, che è frutto anche di una storia professionale, di una scelta, di una inclinazione.

L’Aula avrebbe potuto rappresentare un momento di sintesi di queste diverse sensibilità per materie, tutte trattate dal decreto. Invece questo non è stato reso possibile, proprio perché si era deciso che dovesse tutto finire in questo modo.