Luigi Calabresi, caduto per lo Stato.

maggio 17, 2012 in Appunti

Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della uccisione del commissario Luigi Calabresi.
Per anni fu oggetto di una forsennata campagna di odio che preannunciava il suo assassinio.
Alle 9.15 del 17 maggio, mentre si apprestava ad aprire la portiera della sua Fiat 500, l’assassino lo raggiunse, alle spalle, esplodendo due colpi d’arma da fuoco, al capo e alla schiena.
Luigi Calabresi, fu la prima vittima dell’incipiente stagione terroristica che ha disseminato di morte e lutto, il nostro paese.
Pochi mesi prima della sua uccisione, v’era stato il primo sequestro “politico” (Macchiarini), salutato con esaltazione dalla degenerazione di falsi profeti.
Oggi, nuovi segnali, inquietano. L’Italia deve dimostrare d’essere un paese maturo, capace di isolare i terroristi veri e quelli che aspirano a diventarlo.
Siamo un paese democratico, chiamato a sopportare grandi difficoltà.
La pesantezza della situazione, non cambierà però la nostra natura di popolo che vuole partecipazione, leggi giuste, più democrazia.

Aumenta contrasto pedofilia e prostituzione minorile. Sventato errore macroscopico o un aiutino a Silvio

maggio 16, 2012 in Appunti

*Pedofilia/ Ok Senato convenzione di Lanzarote, testo va a Camera

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Li Gotti (Idv): Dopo mie urla cambiata norma su pedofilia

Roma, 16 mag. (TMNews) – Il Senato ha approvato oggi pomeriggio a larghissima maggioranza (un solo voto contrario) la ratifica della Convenzione per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il provvedimento, in quarta lettura, è stato ancora modificato e tornerà di nuovo alla Camera; l’iter del ddl è cominciato alla fine del 2009,e introduce nel nostro codice penale la parola pedofilia.

A causare le modifiche che rimandano il testo a Montecitorio le “urla” del senatore dell’Idv Luigi Li Gotti, come lui stesso ha sottolineato: “abbiamo dovuto urlare per segnalare l’enorme errore commesso: per i reati di pedofilia, reati sessuali con minorenni o prostituzione minorile, anche se il colpevole fosse condannato ad una pena superiore a cinque anni, ora come ora conseguirebbe non l’interdizione perpetua daipubblici uffici, come per tutti i reati, ma l’interdizione massima di cinque anni.
Insomma – ha fatto notare Li Gotti – per i reati più odiosi, il reo avrebbe un trattamento di favore”.

“Alla fine il Governo e tutti i gruppi hanno condiviso la critica urlata, per cui il testo verrà inquadrato nella normativa generale prevista dal codice: chi fosse condannato ad una pena superiore a cinque anni, sarà interdetto per sempre dai pubblici uffici. Tutti, anche se dovesse chiamarsi Silvio Berlusconi. Il riferimento – ha concluso Li Gotti – non è casuale, perché a pensar male, spesso ci si prende”.

Il crocerossino offeso. Cronaca di una giornata nefasta.

maggio 11, 2012 in Appunti

 

Il PDL proprio non gradisce modifiche sulla corruzione,  se non per aiutare il capo supremo. Il disegno di legge si dibatte, tra tantissimi emendamenti alla Camera. Il cuore del dispiacere del Pdl è nel non riuscire a far passare l’emendamento del deputato Francesco Paolo Sisto, finalizzato a cancellare l’ipotesi di reato contestata a Berlusconi nel processo Ruby. Ieri il ministro Severino, ha dato il parere negativo sull’emendamento e il deputato Francesco Paolo Sisto, risentito, ha commentato: “Stop al giacobinismo. Non si è buoni parlamentari presentandosi con le corde pendenti dell’impiccagione”. Perbacco, Paolo Sisto! Rivediamole queste corde pendenti che volevi recidere.  

Partiamo dalla norma attuale della concussione  (art.317  del codice penale) . Dice:

<<Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare od a promettere indebitamente, a lui o a un terzo denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni>>.

Lutilità che il pubblico ufficiale si prefigge di ottenere,  con il suo comportamento abusante dei suoi poteri,  indica <<tutto ciò che rappresenta per la persona un vantaggio, materiale o morale, patrimoniale o non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile>>.

Nella vicenda Ruby (Mubarak),  l’utilità perseguita da Berlusconi,  secondo l’accusa,  era il rilascio della minorenne con l’affidamento alla Minetti  (cosa non consentita dalla legge).

All’evidenza,  non si tratta di un “vantaggio patrimoniale”,  ossia non è un qualcosa di apprezzabile economicamente.

Questo premesso,  veniamo al dunque.

Alla Camera,  si sta esaminando il disegno di legge sui reati contro la pubblica amministrazione (concussione, corruzione, peculato, ecc.),  ed ecco materializzarsi il crocerossino di turno.

Un deputato del PDL,  ha presentato un emendamendo perchè,  dopo la parola “utilità”,  venga aggiunta la parola “patrimoniale”.

Con quale conseguenza?

La norma si leggerebbe così: <<…costringe o induce taluno a dare od a promettere indebitamente, a lui o a un terzo denaro od altra utilità patrimoniale,…>>.

Non esisterebbe,  cioè,  più il reato di concussione,  qualora l’utilità,  cercata dal pubblico ufficiale,  abusante dei suoi poteri,  non avesse  un contenuto patrimoniale.  Ossia,  se non si chiedono soldi o cose economicamente apprezzabili,  il pubblico ufficiale potrebbe vessare il cittadino, chiedendo qualunque cosa che fosse per lui una utilità (diversa dal tintinnio delle monete o simili cose) ,   ma non commetterebbe nessun  reato.

Proprio una bella proposta,  su misura per Berlusconi,  nel caso Ruby.

Queste sono le corde pendenti che il Pdl vorrebbe recidere. Senza pudore e senza neanche arrossire un pò.  Bisogna essere veramente “uomini di fegato”, per sacrificare sull’altare della riconoscenza di Silvio,  i propri studi giuridici e una vita professionale costruita sui testi dimenticati o rinnegati dell’Antolisei e del Bettiol. 

Indignazione con bersaglio faidate (L’ISOLA CHE NON C’È).Rimborsi elettorali: serve un passo indietro dei partiti senza scadere nell’ipocrisia

maggio 4, 2012 in Appunti

INDIGNAZIONE DEVIATA CON SUBLIMAZIONE DELL’IPOCRISIA. POLITICA SI INDIGNA PERCHÈ UN TESORIERE SI APPROPRIA DEL DENARO DEL PARTITO CHE NON C’È E NON PER MILIONI DATI DALLO STATO AL PARTITO CHE NON C’È. MI SUONA STRANO. RIUSCITA MANIPOLAZIONE MEDIATICA. SE NON FOSSE ESPLOSO CASO LUSI, RUTELLI AVREBBE DATO 5 MILIONI ALL’INPS? O LI AVREBBE TRATTENUTI COME IN TUTTI QUESTI ANNI?

Le vicende Lusi e Lega,  hanno posto all’attenzione dei cittadini,  l’abnormità dei rimborsi elettorali ai partiti.  L’attenzione si è trasformata in deplorazione,  in considerazione della crisi economica che stiamo attraversando.  Oggi,  non si può fare come si è fatto nel passato.  Non bisogna però,  a mio parere,  scivolare nell’ipocrisia,  che è un sintomo di insincerità.

Bella,  infatti,   l’iniziativa di Rutelli di destinare all’INPS, alcuni milioni dì quelli frutto dell’appropiazione da parte del tesoriere Lusi  (secondo i primi approdi dell’indagine giudiziaria).

Quale è il significato di questa bella iniziativa,  lodata anche da Monti?

Mi chiedo:  se la Margherita (Rutelli)  non si fosse sentita spogliata da Lusi,  il denaro lo avrebbe trattenuto?

Invero,  se non possiamo mettere in dubbio l’affermazione di Rutelli,  d’essere parte lesa per i fatti appropiativi di Lusi,  ignorando che ciò accadeva,  sicuramente Rutelli non ignorava di ricevere milioni e milioni di euro a titolo di rimborso elettorale,  pur non esistendo il partito della Margherita.

Insomma,  una domanda vorrei porre agli ex leader della ex Margherita:  se non fosse esplosa la vicenda Lusi,  che destinazione avrebbero dato alle decine di milioni di euro che continuavano a prendere,  pur non esistendo più la Margherita?

Per finire,  l’indignazione di Rutelli,  è per essere stato “fregato” o per aver preso decine di milioni di euro,  elargiti al suo partito non più esistente da anni? 

Se l’indignazione è per la prima ipotesi (la fregatura),  tutto si ammanta di ipocrisia:  non di indignazione,  invero,  bisogna parlare  ma di arrabbiatura per la “fregatura”.  

Grillo, sulla e con la mafia è pericoloso costruire battute. Non serve, dopo, spiegarsi

maggio 1, 2012 in Appunti

 

 

Beppe Grillo,  è stato infelice,  nel ricorrere,  proprio a Palermo,  alla battuta semplicistica su cosa nostra che,  tiene in vita i propri “clienti”,  a differenza dello Stato che strangola.

In una terra dove i morti ammazzati per mano di cosa nostra,  sono stati migliaia,  non si può parlare di mafia,  ignorando la sua perenne ferocia sanguinaria.  Così,  c’è il rischio,  bene che vada, d’essere fraintesi.

E’ solo,  infatti,   una sfaccettatura della mafia,  quella di considerarla  nel suo versante affaristico. Certo,  se ci si limita alla astrazione della domanda di cosa voglia la sanguisuga dalla propria vittima,  è facile la risposta che voglia il sangue.

Sicchè cosa nostra,  soggetto parassitario che sfrutta il lavoro altrui,  avrebbe tutto l’interesse che si produca economia,  dovendo lucrare su quella prodotta dagli altri,  non essendo  essa un soggetto produttore,  ma parassitario.

Questa è,  però,  una delle sfaccettature di cosa nostra:  l’organizzazione criminale mafiosa,  è potere,  sfruttamento,  controllo del territorio,  eliminazione fisica dei nemici,  punizione fisica dei traditori e degli inaffidabili,  terrorismo,  ”avvertimento”,  vessazione,  vendetta. 

Insomma cosa nostra,  è un modello ordinamentale di statalismo sovrano,  esercitato con dominio,  non in virtù di una propria capacità antagonistica vincente,  bensì perchè realizzata con l’esercizio di un potere assoluto,  nel regolamentare la “vita sociale”:  il potere,  esercitato senza scrupoli,  di amministrare la vita e la morte,  ovvero il potere di ammazzare.

Se cosi non fosse,  se la conoscenza della mafia,  non fosse proprio quella della sua ferocia sanguinaria,  perchè mai tanti altri uomini dovrebbero rinunziare ad una parte del frutto del proprio sudore per darlo a chi,  di sudore,   non ne ha versato neanche una goccia?

Dimenticare il lugubre e sanguinario scenario,  del mafioso protagonista violento che chiede il pizzo e,  ottenendolo,  ”garantisce” un poco di vita e sopravvivenza,  è un errore fatale:  quello stesso errore che in diverse occasioni ha fatto dire che “mafia è meglio”.

No,  mai.  La mafia è il peggio.  Beppe Grillo,  per il gusto e lo stile semplificativo,  non ha pensato a tutte queste cose e certi  errori,  non sono ammissibili.       

Pio La Torre, a trentanni dalla uccisione. Una verità difficile per una causale certa.

aprile 30, 2012 in Appunti

 

Il 30 aprile 1982,  trenta anni fa,  cosa nostra uccideva a Palermo,  Pio La Torre e il suo autista Rosario Di Salvo.

La mattanza mafiosa,  aggiungeva altre vittime alla sua lista interminabile e interminata.

Pio La Torre,  importante dirigente nazionale del PCI e segretario regionale,  aveva capito molte cose e aveva aggredito almeno tre snodi:  Comiso,  il rinnovamento della classe politica siciliana collusa con la mafia,  i patrimoni mafiosi.

Quando venne ucciso,  non esisteva ancora,  nel nostro codice,  il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis) e,  non esistevano misure di accertamento e contrasto all’accumulo di capitali illeciti mafiosi,  con il sequestro e la confisca.  Questa importante normativa, venne introdotta nel settembre del 1982,  con l’approvazione della legge denominata  “Rognoni-La Torre”.

E’ mia opinione che la sua morte,  sia cominciata nel 1976,  quando presentò la relazione di minoranza in Commissione Antimafia,  indicando con nomi  (Lima,  Gioia,  Ciancimino),  la cupula politico-mafiosa.  Poi venne la sua durissima battaglia contro la base di Comiso,  con il milione di firme raccolte in una petizione al Parlamento.

Ricordo che molti anni fa,  in un momento di frizione con le autorità americane,  un exmafioso pronunziò,  irritato,  la frase:  ”le onde dell’oceano,  portano lontano”.  Gli chiesi,  discretamente, cosa volesse dire.  Mi rispose con una parola:  ”Comiso”.  Io capii  l’intreccio di interessi dietro la uccisione di Pio La Torre.

Ora vorrei,  con voi,  condividere il  ricordo per il  sacrificio di un uomo che aveva capito molte, molte cose.  Era un nemico della mafia,  in tutte le sue valiabili.

  

 

Fornero, la ministra che ricorre al falso intellettuale.

aprile 29, 2012 in Appunti

 

 

 

SI CHIAMA DISONESTA’ INTELLETTUALE.  Si coglie quando taluno,  per sostenere un proprio argomento,  assume falsamente un presupposto,  così da rendere logico e corretto il proprio argomentare.  La ministra FORNERO,  ha detto che la modifica dell’art.18,  sarebbe necessaria perché può accadere che un datore di lavoro,  sia costretto a licenziare per motivi economici. Con questa affermazione,  la ministra spaccia per fatto oggettivo,  una falsità.  Invero,  fa intendere che l’attuale art.18,  non prevederebbe la possibilità del licenziamento per motivi economici,  sicché si dovrebbe intervenire,  per colmare questa lacuna.  Un FALSO.  L’attuale articolo 18,  prevede il licenziamento per motivi economici.  Mi rendo conto che parlare di disonesta intellettuale,  potrebbe apparire una espressione forte.  Allora,  se avete pazienza, potete leggere quanto già scrissi,  testo del disegno di legge alla mano,  sul proposto nuovo art.18.  Poi,  potrete dire se sia una espressione forte o un caso di disonestà intellettuale.

Ecco quanto OGGETTIVAMENTE  può dirsi del nuovo art.18.

Deve esserci una forma di latente sadismo in coloro che hanno scritto il nuovo art.18.  Cercherò di tradurre l’essenza,  estratta da un percorso argomentativo,  fortemente involuto e contorto. Dopo il mio tentativo di offrirvi l’essenza,  potrete giudicare il pastrocchio.

In queste settimane, siamo stati coinvolti nel contrastare la modifica con cui,  poteva licenziarsi un lavoratore, assumendo l’esistenza del motivo economico (ossia legato alle esigenze di ridimensionamento di una azienda o alla necessità di mutare alcune figure professionali, non più essenziali al ciclo produttivo).  La previsione che il giudice,  anche accertando l’insussistenza del motivo economico del licenziamento, dovesse  – senza altra alternativa -  dichiarare la nullità del licenziamento e contestualmente risolvere il rapporto di lavoro,  condannando però il datore di lavoro a risarcire il lavoratore, mandato a casa,  era una contraddizione in termini.  Nullo il licenziamento ma risolto il rapporto di lavoro.   Era troppo ovvia la considerazione della possibilità di mascherare un licenziamento, anche per motivi discriminatori, con insussistenti motivi economici. Il Governo,  ha presentato il disegno di legge,  apparentemente cedendo alle ovvie suddette considerazioni.  Ne è venuto fuori un testo perfido,  escogitato malevolmente con paradossali acrobazie giuridiche.  Non è serio, ciò che è stato fatto. Il Prof. Mario Monti, si dichiara orgoglioso della “storica riforma”. Vediamola allora,  sul punto di aspro dibattito. 

Mi limito, quindi,  alla disciplina del licenziamento economico. Continua a leggere →

Demagogia, politica, democrazia.

aprile 27, 2012 in Appunti

 

 

Le parole del Presidente Napolitano,  hanno il pregio di richiamare l’assoluta imprescindibilità della politica,  nei sistemi democratici.

Le dittature,  nascono sulle ceneri della politica,  intendendosi per essa il confronto,  l’analisi,  la contrapposizione,  la sintesi.

Questi concetti,  sono estranei alle dittature e ai regimi totalitari,  essendo il regime totalitario un sistema che si autoinveste di capacità di soluzioni salvifiche,  affiancato dalla creazione di un universo nel quale vengono scaricati gli elementi di sporcizia della democrazia.

Il mondo viene,  così,  diviso in due emisferi:  quello del bene vincitore,  quello del male sconfitto,  ma perennemente in agguato.  Proprio l’esistenza del pericolo delle infezioni, comporta per i regimi totalitari,  l’eliminazione di tutto ciò che possa mettere in crisi,  la sua visione assolutistica. La politica,  in quanto discussione,  confronto,  dialettica anche aspra,  è l’insidia del totalitarismo.

Quindi politica e regime totalitario,  sono contrapposizioni nette di sistema e di libertà.

La politica  vive attraverso forme strutturate (i partiti),  che costituiscono i luoghi di analisi e di proposte,  per la soluzione dei problemi e per la creazione di modelli di sviluppo,  di mercato,  di economia,  di cultura,  di diritti.

Quando i partiti si ammalano,  la strada breve della tentazione della missione purificatrice e salvifica,  costituisce un normale fenomeno di cosidetta antipolitica che,  per essere tale,  ha necessità di affrancarsi brutalmente da qualunque forma della politica,  anche attraverso esasperazioni concettuali.

Nasce così  il terreno fertile della demagogia,  quale espressione della corruzione della politica e della democrazia.  La demagogia è,  per l’appunto,  figlia della  politica malata.  E’  la febbre.  Non è la malattia,  ma il sintomo.  La demagogia non sarà mai la medicina della politica malata,  essendone figlia.

Il Presidente Napolitano,  ha detto che la politica deve curare la sua malattia,  intervenendo sulle sue infettate strutturazioni,  ossia i partiti.

E’ una analisi ed una sollecitazione ,  assolutamente esatte.

L’analisi e la sollecitazione,  danno fastidio alla demagogia che,  in quanto figlia della malattia, deve la sua esistenza ad essa malattia.  La guarigione della politica,  rappresenta,  invero,   il momento dell’evanescenza della demagogia.

Dobbiamo tornare a credere nella politica,  curando la sua malattia e le strutturazione infette.

Non è facile,  perchè esistono incrostazioni spesse.  Bisogna, quindi,  avere volontà e determinazione, concretezza e proposta.

Insomma,  non basta additare la malattia di cui si è figli,  perchè serve,  invece,  curare la malattia. 

 

 

Sull’art.18, l’asse PD-PDL, chiude ogni discorso: traditi i lavoratori e offesa l’intelligenza

aprile 26, 2012 in Appunti

MI VERGOGNO PER LA LORO IPOCRISIA. SENZA PUDORE. DIFENDERE DIRITTI E’ UN DOVERE, PER LORO E’ SEMPRE INCIUCIO. E COME SI INTENDONO! OGGI PD E PDL STRETTI NEL PATTO D’ACCIAIO. MENTRE URLAVO PER DIFESA DIRITTI LAVORATORI, LORO CON LO SGUARDO ASSENTE. E’ QUESTO IL PD? CONTRO DI ME, CON IL PDL.

 

La Commissione Giustizia,  sulla materia del mercato del lavoro,  è chiamata ad esprimere il proprio parere per le parti giurisdizionali. 

L’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, che il Governo intende modificare, attiene alle sentenze che possono essere emmesse dai Giudici,  in tema di licenziamenti.  Quindi, materia giurisdizionale.  Infatti,  per tre sedute si è parlato,  in Commissione Giustizia del Senato,  del proposto nuovo art.18.  Ripetutamente,  ho avuto la parola per dimostrare come si tratti di modifiche assolutamente irragionevoli giuridicamente. 

Anche su questo blog,  ho articolato le mie critiche  (sul blog,  è sufficiente,  digitare la parola chiave “art.18″).

E’, invece, accaduto,  che l’asse PD-PDL,  abbia improvvisamente deciso che l’art.18  (che tratta delle motivazioni dei licenziamenti,  delle valutazioni e delle sentenze dei giudici),  non sia materia giurisdizionale,  sicchè d’esso non debba parlarsi.  Tutto ciò,  per ordini ricevuti.  Deve cadere il silenzio.  Ho contestato siffatta decisione,  adottata in violazione del regolamento.  La risposta è stata un vergognoso e imbarazzato silenzio.  Mi guardavano con lo sguardo inespressivo,  di chi sta offendendo la propria e l’altrui intelligenza.

Insomma il posto di lavoro,  la risoluzione del rapporto,  il tipo di decisione da adottarsi con sentenza, la tutela giurisdizionale,  l’evidenza della “insussistenza manifesta”,  il diritto al reintegro o il licenziamento,  non sono cose che riguardano la Giustizia.

Mi è sembrato,  improvvisamente,  come se si fosse materializzato un regime.   

Dell’Utri: se il giudice di Berlino, è una carogna.

aprile 25, 2012 in Appunti

 

 

Quando la Cassazione, annullò la sentenza di condanna,  pronunziata dalla Corte di Appello di Palermo, di Marcello Dell’Utri,  disponendo un nuovo giudizio,  il commento più diffuso fu:  esiste un giudice a Berlino.

La frase, richiama la disavventura giudiziaria di un mugnaio di Potsdam che,  nel ’700,  in un contrasto giudiziario con un nobile,  non riusciva ad ottenere ragione e giustizia.  Il mugnaio, non si arrese,  ricorrendo a tutte le magistrature prussiane che continuarono a dargli torto.  Con testarda volontà,  il mugnaio riuscì ad arrivare a Federico II il Grande,  la massima autorità, il sovrano di Prussia.  Andò a Berlino.  Ottenne giustizia.  La frase e la storia, vogliono quindi significare,  dopo la malagiustizia,  l’esistenza di un Giudice che ripara i torti subiti.  Con il:  ”ci sarà un giudice a Berlino”,  si manifesta così la fiducia e  l’auspicio di chi si senta vittima di malagiustizia,  di avere riconusciuti i diritti,  rivolgendosi al massimo vertice della magistratura.

Il giudice di Berlino  (la Cassazione),  evocato dopo l’annullamento della sentenza di condanna, ha,  ieri, depositato le motivazioni della decisione.

Tre le affermazioni principali del Giudice di Berlino:

1.  Il concorso esterno nell’associazione mafiosa,  non è una stortura ma fotografa realà criminali esistenti,  codificate agli articoli 110 (concorso) e 416bis (associazione mafiosa) del codice penale.

2.  Marcello Dell’Utri ebbe rapporti con i vertici di Cosa Nostra, facendosi da tramite nel rapporto tra Stefano Bontade  (boss di primissimo piano di cosa nostra,  poi ucciso nella guerra di mafia con la fazione vincente, cosidetta “corleonese”,  facente capo a Riina e Provenzano),  e Silvio Berlusconi.

3.  Silvio Berlusconi diede molto denaro a cosa nostra,  in un rapporto di reciproca convenienza. 

Marcello Dell’Utri,  con il ruolo svolto e facilitando gli interessi di cosa nostra,  ne rafforzò il ”prestigio” criminale e il peso.

Insomma il Giudice di Berlino,  ha scritto pagine pesantissime su Marcello Dell’Utri e su Silvio Berlusconi,  vittima ma,  anche,  beneficiario di convenienze “paritarie” e convergenti con i mafiosi.

Quegli stessi gioiosi e frettolosi estimatori del Giudice di Berlino,  non si azzardassero ora a dire che  IL  GIUDICE  DI  BERLINO  E’  UNA  CAROGNA.

 

QUANDO DECISE LA CASSAZIONE, NEL MARZO, SCRISSI LE CONSIDERAZIONI CHE SEGUONO.  

Sulla sentenza della Cassazione per il caso di Marcello Dell’Utri,  qualche punto di chiarezza, mi appare opportuno:

 1.   La Cassazione è il giudice delle sentenze,  a differenza del tribunale e della Corte d’Appello, che sono giudici del fatto. Questo significa che la Cassazione,  ha l’onere di verificare se una sentenza sia rispettosa dei criteri legali di valutazione delle prove,  della esatta qualificazione giuridica,  della corretta applicazione delle regole processuali.  I poteri della Cassazione,  quando censura una sentenza,  sono:  a) quelli di annullamento senza rinvio. Ossia la sentenza viene definitivamente annullata e la vicenda si chiude.  b) di annullamento con rinvio, ossia la disposizione di un nuovo giudizio.  c) di annullamento con rinvio,  sia della sentenza di appello sia di quella di primo grado.  Solo in questo caso il processo riparte da zero.

Nel caso Dell’Utri,  la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di appello. Quindi dovrà essere rifatto il processo di appello.  Non è esatto dire, come pure i media dicono, che il processo deve ripartire da zero. No. Riparte dall’appello, sicchè non dovrà rifarsi l’istruttoria dibattimentale. La Corte di Appello, dovrà rispettare i punti di diritto che la Cassazione, indicherà nella motivazione  (che non conosciamo).

 2.   Molti commenti sulla sentenza della Cassazione,  sono in effetti commenti sulla requisitoria del Procuratore Generale.   Non è però detto che la Cassazione abbia condiviso tutte o alcune delle argomentazioni del Procuratore Generale.  Lo sapremo quando verrà depositata la motivazione.

 3.  Le evidenti lacune motivazionali  (proprio per ciò vi è stato l’annullamento),  non dovrebbero riguardare l’acquisizione delle prove,  avvenuta nel primo grado.  Diversamente,  l’annullamento avrebbe interessato anche la sentenza del Tribunale,  ossia le sede in cui si è formata la prova.

 4.    Altro non sarebbe corretto dire.   E’ mio costume rispettare le sentenze e valutarle solo dopo averle lette. L’unica cosa che tecnicamente posso dire  è, che si riparte dalla sentenza di condanna pronunziata in primo grado.  La condanna è stata di nove anni di reclusione,  poi ridotti,  in appello,  a sette anni.  E’ certo, altresì,  che una eventuale nuova condanna in appello, non potrà aumentare la quantità della condanna,  in quanto la Cassazione,  ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale di Palermo che aveva chiesto,  anche lui, l’annullamento della sentenza di appello,  nella parte del quanto di pena.  Insomma,  in ipotesi di conferma della sentenza di primo grado,  la pena non potrà essere di nove anni  (così in primo grado),  ma dovrà attestarsi a sette anni.

 5.   Vorrei concludere  richiamando cosa è il concorso esterno in associazione mafiosa,  secondo la giurisprudenza della Cassazione:

<< In tema di reati associativi,  è configurabile il concorso cosiddetto esterno nel reato, in capo alla persona che,  priva  del legame morale alla società criminale e non inserita nella struttura organizzativa dell’associazione,  fornisce un contributo concreto,  specifico,  consapevole e volontario,  purchè detto contributo abbia un’effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento dell’associazione>> , così le Sezioni Unite della Cassazione.

 6.   La Corte di Appello,  è chiamata a decidere se le prove acquisite a carico di Marcello Dell’Utri,  si incasellino nel paradigma indicato dalla Cassazione.  Se la prova non esiste o la prova non è certa,  oltre ogni ragionevole dubbio,  Marcello Dell’Utri,  dovrà essere sciolto da qualsiasi addebito penale,  essendo del tutto indifferenti, nel giudizio penale,  le valutazioni etiche o politiche.